Il Venezuela non è che uno dei punti in cui la nuova geografia del potere globale diventa più leggibile. Lontano dalle narrazioni moralistiche sull’ennesima “operazione per la democrazia” o dal tifo pro e contro gli Stati Uniti, la vicenda venezuelana mostra come la competizione tra Washington e Pechino si stia spostando sul terreno, più silenzioso ma decisivo, dell’energia e della logistica. È lì che si misurano oggi i rapporti di forza reali, molto più che nei discorsi ufficiali o nei vertici multilaterali.
Da anni la Cina lavora per costruire una sorta di scudo energetico intorno alla propria economia. L’élite di Pechino sa che un eventuale conflitto per Taiwan, o anche solo una crisi prolungata nello Stretto, significherebbe l’imposizione di un regime sanzionatorio occidentale senza precedenti e il rischio di un blocco delle principali rotte marittime da cui dipendono le importazioni di petrolio e gas. Il cosiddetto “dilemma di Malacca” è, in questo senso, una formula sintetica di una verità strutturale: la Repubblica Popolare è una potenza continentale con una vulnerabilità marittima cronica. Per ridurre questa esposizione, Pechino ha costruito un asse energetico “sanzionato”, fondato su Iran e Venezuela, produttori disallineati con l’Occidente e già abituati a commerciare al di fuori dei tradizionali circuiti finanziari in dollari. È una strategia di de-risking: cercare flussi di idrocarburi meno esposti al potere regolatorio e sanzionatorio americano.
Proprio per questo il Venezuela è diventato, agli occhi di Washington, qualcosa di più di un dossier regionale. Agire su Caracas significa colpire uno dei pilastri di questa architettura di sicurezza energetica cinese. L’intervento americano, diretto o indiretto, non va letto come un atto isolato ma come il primo movimento di una campagna più ampia di interdizione preventiva: logorare, frammentare, rendere inaffidabile la rete di fornitori “fuori sistema” su cui Pechino conta per attraversare una fase di decoupling forzato dall’Occidente. La Russia, da sola, non basta né in termini di capacità infrastrutturale né di diversificazione delle rotte. I gasdotti verso Est restano insufficienti a compensare un blocco marittimo esteso; la geografia, qui, continua a imporre i suoi limiti.
Nel nuovo scenario, la vera partita non si gioca solo sul petrolio, ma soprattutto sul gas naturale liquefatto. Il GNL è il sistema nervoso dell’industria pesante e delle catene del valore globali; a differenza del greggio, accumulabile in grandi riserve strategiche, il gas dipende da infrastrutture complesse, tempi rigidi e rotte altamente vulnerabili. Le metaniere sono poche, costose, tracciabili; l’intero sistema di assicurazione e riassicurazione marittima è ancora in larga parte ancorato a standard e attori occidentali. Taiwan, in questo contesto, smette di essere soltanto il simbolo di una contesa politico-identitaria tra democrazia e autoritarismo e diventa uno dei principali colli di bottiglia dei flussi energetici globali tra Golfo, Oceano Indiano e Pacifico.
Una crisi nello Stretto o nel Mar Cinese Meridionale avrebbe effetti immediati sulle rotte del GNL, modificando la geografia dei prezzi, dei flussi e delle priorità strategiche di tutti gli attori. L’idea implicita nella dottrina americana dell’interdizione è semplice: se la Cina dovesse tentare la forzatura su Taiwan, deve trovarsi in una condizione di debolezza logistica tale da non poter reggere una guerra economica prolungata. Prima ancora dei carri armati, vanno colpiti i “tendini energetici” che muovono la macchina industriale cinese. È una forma di guerra di posizione, in cui la logistica precede la cinetica e la dimensione militare tradizionale arriva, eventualmente, solo alla fine.
Naturalmente, una strategia di questo tipo non può non produrre contraccolpi.
L’Europa, che negli ultimi anni è diventata più dipendente dalle importazioni di GNL e al tempo stesso legata alla domanda cinese per la tenuta della propria manifattura, si ritrova strutturalmente esposta. In uno scenario di forti sanzioni contro Pechino o di interruzione parziale delle rotte asiatiche, la competizione globale per i carichi di gas si farebbe ancora più aggressiva. Il Vecchio Continente rischierebbe di pagare un doppio prezzo: da un lato la contrazione dell’export verso il principale mercato extraeuropeo ad alto valore aggiunto; dall’altro un aumento dei costi energetici che metterebbe sotto pressione la base industriale di Germania e Italia, accelerando processi di deindustrializzazione già in corso.
Il quadro che si profila è quello di una “Terza guerra mondiale ibrida”, in cui lo scontro tra grandi potenze non assume necessariamente la forma di un conflitto totale, ma produce una sequenza di crisi regionali, collassi selettivi, interruzioni mirate di flussi energetici e commerciali. Non è più solo la guerra dei territori, ma la guerra delle infrastrutture: stretti, hub logistici, terminal GNL, corridoi terrestri, reti digitali. In questo contesto, l’intervento americano in Venezuela non è un’anomalia, ma un paradigma: mostra come la politica di potenza contemporanea si eserciti sempre più spesso su teatri periferici per incidere sugli equilibri centrali del sistema.
Taiwan resta il perno simbolico e strategico di questa grande contesa, ma l’esito della sfida tra Stati Uniti e Cina potrebbe decidersi altrove: nei colli di bottiglia del commercio globale, nella capacità di mantenere accesso stabile alle fonti energetiche, nella gestione delle crisi di scarsità che colpiranno a ondate diverse i vari blocchi regionali. La vera arma finale non è il missile ipersonico, ma la “paralisi criogenica” di un’economia privata del gas e del petrolio necessari per far funzionare il proprio apparato produttivo. Il Venezuela, da questo punto di vista, è solo l’atto primo di una lunga guerra di logoramento che attraverserà mari, oleodotti e bilanci pubblici. Chi saprà governare la scarsità, e non solo proclamarla, scriverà le regole del prossimo ordine mondiale.
L'editoriale del Prof. Lorenzo Castellani, Tenure Track Researcher Assistant Professor LUISS Guido Carli