Torna alle news di Delta

Tensioni Usa-Venezuela: elementi principali e interessi italiani

Venezuela

Il regime di Nicolás Maduro si muove ormai come un animale ferito, costretto a camminare sempre sul filo della tensione per non soccombere. L’economia del Venezuela è allo stremo, l’inflazione ha dissolto il valore del bolívar, milioni di venezuelani sono espatriati e l’attività delle raffinerie, un tempo veri gioielli industriali dell’America Latina, è ridotta al minimo necessario.

È in questo contesto che si sono insidiati gli avversari degli Stati Uniti. Invitati e protetti dal regime, tecnici iraniani supervisionano droni e infrastrutture critiche, consiglieri militari russi addestrano unità speciali ed introducono i propri sistemi d’arma, investimenti cinesi garantiscono ossigeno finanziario in cambio di petrolio, accesso logistico e influenza politica.

La Russia, come in misura minore anche l’Iran, vede nel Venezuela un alleato strategico contro l’influenza americana nell’emisfero occidentale, uno dei due lati della tenaglia, insieme a Cuba, con cui punzecchiare all’occorrenza lo Zio Sam nella regione; la Cina, dal canto suo, punta al petrolio e alle terre rare, oltre che a un canale di accesso privilegiato all’Atlantico meridionale, da cui presidiare i propri investimenti miliardari nel Canale di Panama.

Il Venezuela, infatti, è divenuto negli ultimi anni una piattaforma d’appoggio per i tre acerrimi rivali degli Stati Uniti, il cui accesso diretto a quello che per Washington è il proprio cortile di casa è un peccato originale che da parte americana non può restare senza risposta.

I presupposti per uno scontro aperto si sono consolidati a partire dallo scorso settembre, quando una motovedetta venezuelana è stata intercettata nel Mar dei Caraibi e colpita nel corso delle operazioni statunitensi contro il narcotraffico, uccidendo le undici persone a bordo, tra cui tre militari di Caracas.

Nicolàs Maduro ha reagito definendo l’episodio un “atto di guerra mascherato”, mobilitando milioni di miliziani, schierando truppe lungo il confine colombiano, allertando i reparti speciali e ordinando esercitazioni militari su larga scala, debitamente filmate e diffuse sugli account social del regime.

Dall’altra parte del continente, il presidente Donald Trump ha reagito a sua volta con ulteriore durezza, accusando formalmente il governo venezuelano di essere un’organizzazione criminale e terroristica e fissando una taglia di cinquanta milioni di dollari per la cattura dello stesso Maduro.

Da allora, le operazioni americane contro le imbarcazioni sospette sono continuate sotto l’operazione Southern Speare, che ha mobilitato diverse unità della US Navy, inclusa la portaerei Gerald Ford (richiamata dal Mediterraneo), con l’obbiettivo di arrestare il traffico di droga diretto negli USA attraverso il Golfo del Messico.

Gli attacchi americani portati avanti negli ultimi mesi contro le imbarcazioni hanno causato ulteriori vittime, un’ottantina fino ad oggi, il cui triste destino è assai contestato dalle organizzazioni internazionali per la sommarietà delle esecuzioni senza processo, oltre alla possibilità che alcune di esse fossero pescatori innocenti.

Oltre al dispiegamento del proprio apparato militare, per mettere pressione al regime di Maduro gli Stati Uniti hanno iniziato ad appoggiare ufficialmente la leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado, recentemente fuggita dal paese in un’operazione sotto copertura per consentirle di raggiungere la capitale norvegese per ritirare il premio Nobel per la pace del quale è stata insignita quest’anno.

Dopo aver già puntato in passato sull’ex astro nascente dell’opposizione Juan Guaidò, in un momento in cui sembrava che il regime venezuelano potesse cadere a causa di un inasprimento della crisi politica ed economica, oggi Trump scommette su Machado, soggetta a un notevole consenso in patria, offrendole asilo e sostegno politico.

Machado, infatti, ha provato dapprima a partecipare alle elezioni presidenziali del 2023, trasformate dal regime in elezioni farsa dall’esito pilotato, venendo interdetta per quindici anni dalla magistratura per ordine di Maduro e diventando così da allora il simbolo della resistenza anti chavista del suo paese.

 

Il nodo Essequibo

Scavando ancora più nel passato, occorre citare anche un ulteriore elemento della crisi, ovvero quello relativo alla disputa territoriale dell’Essequibo: regione parte della Guyana e rivendicata dal Venezuela, Caracas già ne contestava la sovranità all’impero britannico dalla fine dell’800, reiterando la protesta fino ad oggi.

Per decenni, infatti, l’Essequibo è rimasta prettamente una questione di mappe e di memoria storica. Tuttavia, nel 2015, la scoperta del gigantesco giacimento di petrolio offshore di Starbroek ha inasprito la situazione. Con riserve stimate in oltre 11 miliardi di barili, la Guyana si è trasformata in pochi anni nel settimo produttore latinoamericano di idrocarburi. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il PIL è cresciuto del 43% nel 2024, un tasso che nessun altro Paese al mondo ha nemmeno sfiorato.

Il boom ha attirato le grandi compagnie occidentali, dalla ExxonMobil alla Hess, fino all’italiana Saipem, partecipante al maxi-appalto per lo sviluppo del giacimento Hammerhead proprio nel blocco di Stabroek. Il piccolo Stato caraibico è così diventato il nuovo Eldorado energetico, un hub petrolifero che rifornisce il mercato globale in un momento in cui gli equilibri dell’energia sono tornati centrali nella politica mondiale.

Per Caracas, però, questa novità è una ferita aperta. In un Paese in piena recessione, colpito da iperinflazione, sanzioni e fuga di capitali, l’idea che la vicina Guyana si arricchisca grazie a risorse ritenute venezuelane è intollerabile.

Tanto più che, mentre Georgetown concede royalties sulle estrazioni appena al 2%, il governo Maduro impone alle compagnie straniere un prelievo pari al 30%. Un divario che rende la Guyana infinitamente più competitiva per gli investitori e che alimenta la narrativa populista del regime che dipinge la regione dell’Essequibo come un bottino perduto da riconquistare.

La disputa con la Guyana, infatti, serve a Caracas anche come carburante propagandistico ragione spendibile per giustificare la militarizzazione interna e mantenere viva la narrativa dell’accerchiamento esterno.

Ma lo scontro con gli Stati Uniti è più profondo in quanto riguarda il controllo dello spazio strategico caraibico e la presenza di potenze rivali a pochi giorni di navigazione dalla costa meridionale degli Stati Uniti, la sicurezza delle rotte energetiche nell’Atlantico e l’espansione di gruppi criminali che usano il Venezuela come retrovia, rendono questa crisi regionale di livello potenzialmente globale.

Preparativi e strategie sul terreno

L’apparato militare venezuelano rimane imponente sulla carta: circa 123.000 uomini, 173 carri armati, 21 caccia Sukhoi Su-30, oltre a droni e sistemi missilistici forniti da Russia e Iran. Tuttavia, le Forze Armate venezuelane sono affette da croniche carenze di manutenzione, morale basso delle truppe oltre a corruzione endemica e forte politicizzazione diffusa tra i vertici che ne limitano fortemente l’efficacia operativa.

La Guyana Defence Force, invece, conta appena 3.400 effettivi, con equipaggiamento modesto e un budget annuale inferiore ai 100 milioni di dollari. Eppure, Georgetown può contare sulla deterrenza fornita dagli Stati Uniti, che considerano vitale la sicurezza dei propri asset energetici nella regione.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, stanno rafforzando il pattugliamento navale, aumentando le missioni di sorveglianza aerea e consolidando la cooperazione con la Guyana e i Paesi caraibici alleati. Oltre alla base cubana di Guantanamo, infatti, Washington può contare anche su quella di Roosevelt Roads a Porto Rico, riattivata per le operazioni in corso dopo vent’anni di fatiscenza, e sulla base aerea di San Isidro concessa all’uso dalla Repubblica Dominicana.

Proprio per evitare una possibile interdizione navale statunitense nel Mar dei Caraibi, infatti, Caracas ha effettuato in segreto le recenti esercitazioni militari lungo i fiumi Cuyunì e Mazaruni, nell’ottica di una possibile offensiva terrestre-fluviale, ritenuta assai più praticabile rispetto a un rischioso sbarco via mare, ostacolato peraltro anche dai bassi fondali fangosi della costa guyanese.

Allo stesso tempo, la Guyana sta investendo grandi somme di denaro in elicotteri americani, pattugliatori francesi e droni marini, progettando una sorta di Mosquito Navy sul modello ucraino, per colpire unità nemiche più grandi con costi e tempi molto ridotti.

Prospettive per l’Italia

L’apertura di una crisi in questo fronte, comporterebbe dei rischi che coinvolgerebbero anche l’Italia: oltre alla messa in pericolo per la presenza di Saipem ed ENI nell’area, infatti, un’escalation militare provocherebbe un nuovo colpo per i mercati dell’energia, compromettendo non tanto il sistema italiano di approvvigionamento energetico (soprattutto petrolifero), quanto la tenuta dei prezzi per i consumatori, già altissimi dallo scoppio della guerra in Ucraina.

Inoltre, un conflitto su vasta scala causerebbe un’ondata migratoria a cui il nostro paese non sarebbe del tutto estraneo. Solo in Venezuela si contano infatti circa 140000 italiani residenti registrati all’AIRE, oltre a più di mezzo milione di venezuelani di origine italiana che in caso di crisi umanitaria andrebbero ad ingrossare una potenziale diaspora di dimensioni colossali.

Non mancano poi le opportunità per l’Italia in tema di commesse militari, con la Guyana come potenziale acquirente di sistemi di difesa tecnologicamente all’avanguardia, adeguati alle esigenze della guerra moderna e in grado di contrastare facilmente i mezzi vetusti dell’esercito bolivariano.

L’Italia infatti, dovrebbe intercettare tali esigenze offrendo strumenti adatti ad una guerriglia sul modello ucraino, agili e tecnologicamente superiori, come droni, manpads, sistemi di ricognizione, pattugliamento e di difesa aerea. Niente che il sistema industriale della Difesa italiano non possa offrire.

L’irrobustimento della deterrenza militare guyanese, infatti, contribuirebbe non poco al raffreddamento delle minacce venezuelane, proteggendo tanto la Guyana quanto il regime di Maduro da sé stesso, scongiurando un’escalation che ne provocherebbe quasi certamente il collasso e tutelando così al meglio gli interessi italiani in entrambi i paesi coinvolti.

La guerra, oggi, rimane improbabile ma non impossibile. Basta un errore, una provocazione mal calcolata, un drone abbattuto nel punto sbagliato. In questo angolo di mondo che sembra lontano, si decide un pezzo della sicurezza occidentale. E nella scia delle petroliere che attraversano il Mar dei Caraibi, anche l’Italia ha più interessi di quanto vorrebbe ammettere.

Articolo di Francesco Iasevoli, Geopolitcal Studies & Advocacy Analyst