C’è un modo semplice per leggere il Venezuela senza ridurlo a slogan: seguire la traiettoria della sua moneta. Il bolívar non è collassato in un giorno; è stato progressivamente svuotato di credibilità, fino a diventare un segnaposto formale dentro un’economia che, nella pratica, si è riscritta in altre unità di valore. In questo passaggio, le crypto non entrano come moda o come strumento speculativo: entrano come conseguenza geopolitica, come tecnologia che prospera quando la fiducia istituzionale si rompe.
Per decenni il bolívar ha beneficiato della rendita petrolifera e della capacità dello Stato di generare dollari. La stabilità non era solo tecnica: era una promessa implicita. Il Paese poteva permettersi un cambio gestito, importazioni e consumi sostenuti, e una moneta che, agli occhi dei cittadini, manteneva valore nel tempo. È il modello classico dello Stato-rentier: finché il flusso esterno regge, la moneta regge.
La frattura simbolica arriva nel febbraio 1983 con il cosiddetto Viernes Negro, quando svalutazione e restrizioni alla libera circolazione segnano la fine dell’illusione di stabilità permanente. L’episodio non è solo una data: è l’inizio di una memoria collettiva di vulnerabilità monetaria. Da lì, il bolívar smette di essere “ovvio” e diventa, lentamente, “politico”.
Nel 2003 il controllo dei cambi diventa architettura di potere. Con l’introduzione di un sistema amministrato, la Comisión de Administración de Divisas, nota come CADIVI, è stata l’autorità venezuelana incaricata di controllare l’accesso alla valuta estera. Il suo compito era autorizzare chi potesse acquistare dollari, in quale quantità e a quale tasso ufficiale. Da quel momento convivono due Venezuela: l’economia che vive al tasso ufficiale e quella che prezza la realtà nel parallelo. Non serve demonizzare il controllo dei capitali per capire l’effetto geopolitico: quando lo Stato decide chi può ottenere valuta forte e a che prezzo, il cambio diventa un dispositivo di allocazione, e il differenziale tra ufficiale e parallelo diventa un indicatore di sfiducia più potente di qualsiasi comunicato.
Nel 2008 arriva la prima grande “ripartenza” contabile: tre zeri tagliati e nascita del bolívar fuerte. È un gesto tipico dei Paesi in crisi monetaria: rendere i numeri più piccoli per rendere la crisi meno visibile. Ma una riconversione non cambia le aspettative se non cambia il quadro fiscale e istituzionale. Il reset, da solo, non ricostruisce fiducia: al massimo compra tempo.
Con l’iperinflazione, il reset diventa ricorrente. Nel 2018 vengono tagliati cinque zeri e nasce il bolívar soberano, presentato insieme a un disegno più ambizioso: legare, almeno nella narrazione, salari e prezzi a un’ancora “nuova”, il Petro, la nuova crypto di Stato. Qui il punto non è tecnologico ma geopolitico: il Petro nasce anche come tentativo di trovare corridoi alternativi in un ambiente di isolamento finanziario e sanzioni internazionali. Il problema è che una moneta digitale, se resta opaca e non verificabile, eredita i difetti della governance che la emette. E, infatti, il Petro viene raccontato da diverse analisi come strumento politico più che come infrastruttura credibile di mercato.
Nel 2021 il Paese introduce una nuova espressione monetaria: vengono eliminati sei zeri e si parla di “bolívar digital”. È una misura che semplifica pagamenti e contabilità, ma non risolve la domanda cruciale: perché dovrei detenere questa moneta domani? In parallelo, la dollarizzazione di fatto si consolida e la vita quotidiana diventa multi-valuta.
La crypto, intanto, assume due volti. Dal basso è spesso strumento di sopravvivenza; dall’alto può diventare opacità. Nel 2023 esplode lo scandalo noto come PDVSA-crypto che ha coinvolto Petróleos de Venezuela, la compagnia petrolifera statale venezuelana, e l’uso estensivo di pagamenti in criptovalute nelle esportazioni di greggio. Nel contesto di sanzioni finanziarie e difficoltà di accesso ai circuiti bancari internazionali, una parte delle vendite di petrolio è stata regolata tramite intermediari e wallet digitali, spesso in stablecoin. L’obiettivo operativo era ridurre il rischio di mancato incasso e aggirare i colli di bottiglia dei canali tradizionali. Il problema non è stato l’uso della tecnologia in sé, ma la mancanza di controlli e trasparenza.
Secondo le ricostruzioni ufficiali, una quota significativa dei proventi non sarebbe mai rientrata nelle casse pubbliche, generando un buco contabile stimato in diversi miliardi di dollari. Lo scandalo non ha portato solo ad arresti, rimozioni ai vertici di PDVSA e allo smantellamento dell’autorità di vigilanza sulle crypto, la SUNACRIP, ma anche una ristrutturazione del perimetro regolatoriocon una stretta su mining ed exchange, e un congelamento di fatto dell’esperimento Petro. È il passaggio che chiarisce la natura del fenomeno: la tecnologia non “salva” uno Stato; amplifica ciò che lo Stato è, nel bene e nel male.
Nelle ultime ore, la crisi venezuelana è entrata in una fase nuova e drammatica, con la cattura di Nicolás Maduro in un’operazione statunitense e lo scontro internazionale sulle conseguenze politiche e giuridiche. Quando un regime vacilla, la geopolitica diventa immediatamente patrimoniale: dove si è rifugiato il valore, quali asset sono sequestrabili, quali no, e soprattutto chi controlla le chiavi.
È in questo scenario che si riaccende l’ipotesi di una “riserva ombra” in Bitcoin riconducibile al regime o alla sua cerchia. Alcune ricostruzioni parlano di cifre enormi, fino a centinaia di migliaia di BTC, ma la stessa letteratura che rilancia la tesi ammette che non si tratta di prova on-chain: sono stime indirette. I tracker pubblici di treasury, invece, attribuiscono al Venezuela un ordine di grandezza molto più contenuto, intorno a 240 BTC. La distanza tra rumor e dato verificabile non è un dettaglio: è precisamente ciò che rende la crypto appetibile nei momenti di rottura, perché rende plausibile l’idea di ricchezza portabile e difficilmente confiscabile anche quando non è dimostrata.
La lezione venezuelana non è che “la moneta può fallire”. È che quando fallisce, il sistema non si ferma: si riconfigura. Il valore migra verso ciò che è più credibile, più liquido, più accettato; e quando i canali tradizionali diventano fragili o politicizzati, tende a spostarsi verso circuiti alternativi, dal dollaro alle stablecoin fino a Bitcoin come riserva selettiva. La sovranità monetaria, in pratica, non si perde con un atto formale: si perde quando i cittadini smettono di considerare la valuta pubblica un posto sicuro dove “garantirsi un futuro”.
È qui che il dibattito europeo sull’euro digitale smette di essere un tema tecnico e diventa geopolitico. La BCE e le istituzioni UE stanno lavorando a un euro digitale concepito come complemento al contante, per garantire la presenza di moneta pubblica anche nell’economia dei pagamenti digitali e ridurre dipendenze strategiche dall’infrastruttura privata (spesso extra-UE). L’obiettivo dichiarato è arrivare pronti a una possibile prima emissione intorno al 2029, a condizione che il quadro legislativo venga adottato nel 2026.
Il punto, però, è lo stesso che il Venezuela rende evidente in negativo: la moneta è fiducia prima che tecnologia. Se l’euro digitale verrà percepito come strumento di efficienza e continuità del denaro pubblico, potrà rafforzare la sovranità monetaria europea nell’era dei wallet. Se invece verrà percepito come un meccanismo di controllo o come un sostituto forzato del contante, rischierà l’effetto opposto: alimentare la ricerca di circuiti paralleli e accelerare l’adozione di alternative private. L’Europa non sta scegliendo solo un nuovo mezzo di pagamento: sta decidendo come mantenere credibile il patto monetario in un mondo dove trovare alternative è sempre meno costoso.
Michele Imbimbo, Fintech Advisor Delta Holdings