L’ultimo Political Risk Outlook di Verisk Maplecroft propone una chiave di lettura netta: il rischio politico non è più un ciclo, ma una condizione strutturale del sistema internazionale, destinata a modellare geoeconomia e assicurazioni almeno fino al 2030. Per imprese e underwriter ciò implica un salto concettuale: non si tratta più di assorbire shock isolati, bensì di operare in un regime permanente di instabilità elevata, con conflitti più estesi, istituzioni multilaterali indebolite e un ordine commerciale sempre più frammentato.
Il dato di partenza del rapporto è eloquente: negli ultimi cinque anni il rischio politico è aumentato nella maggior parte dei Paesi coperti, con decine di casi in cui la variazione è statisticamente significativa. Questa dinamica non è riconducibile a pochi eventi eccezionali – guerre, colpi di Stato, crisi governative – ma configura una nuova baseline di instabilità che attraversa tanto i mercati emergenti quanto le economie avanzate. Viene così archiviata, anche sul piano analitico, l’idea di un “intervallo di storia felice” post-Guerra fredda e si consolida una lettura del rischio politico come dimensione costante da incorporare fin dall’origine nelle strategie di investimento, nella localizzazione delle supply chain e nella stessa ingegneria di prodotto assicurativo.
Sul piano strettamente conflittuale, Maplecroft rileva quasi un raddoppio dei territori coinvolti in guerre civili o interstatali rispetto al 2021, per un’estensione di circa 6,6 milioni di chilometri quadrati, pari a una volta e mezzo la superficie dell’Unione europea. I driver immediati sono noti: la guerra russo-ucraina, i conflitti in Sudan, Etiopia e Myanmar, le insorgenze jihadiste nel Sahel e la regionalizzazione della crisi mediorientale dopo l’attacco di Hamas e la risposta israeliana. Meno presenti nel dibattito pubblico, ma cruciali per le catene del valore globali, sono le aree di violenza diffusa in Nigeria, Pakistan e Colombia, dove si sovrappongono insorgenze, criminalità organizzata e fragilità statale lungo corridoi logistici e distretti estrattivi strategici.
In parallelo, l’Europa diventa laboratorio di un’evoluzione più insidiosa: la crescita delle attività di “hybrid warfare”, collocate nell’area grigia tra guerra e pace. Sabotaggi contro cavi sottomarini e gasdotti, uso di droni contro infrastrutture critiche, incendi dolosi e attacchi tramite intermediari criminali sfumano la distinzione tra pericoli tipicamente bellici e rischi più sfumati, complicando sia l’attribuzione sia la classificazione assicurativa. Per i sottoscrittori di rischi di violenza politica questo significa confrontarsi con scenari combinati, in cui lo stesso attore ostile colpisce con strumenti fisici, cyber e criminali, mentre il quadro giuridico e regolatorio resta inadeguato.
Un altro snodo del rapporto riguarda l’instabilità di governo, dove l’Europa emerge paradossalmente come la regione con il peggior deterioramento degli indicatori Maplecroft. Oltre il 60% dei Paesi europei registra un aumento del rischio di cambi di governo, collasso degli esecutivi e sfide all’autorità, con numerosi casi di peggioramento statisticamente significativo. Il pattern è comune: erosione dei partiti mainstream, avanzata della destra radicale (e in alcuni contesti della sinistra populista), difficoltà nel costruire maggioranze stabili, proliferazione di coalizioni fragili o governi di minoranza.
La Francia è indicata come caso emblematico: le elezioni anticipate hanno prodotto un Parlamento bloccato in tre blocchi e una successione di governi incapaci di consolidare un’agenda di riforme, in un contesto di deficit elevato e aumento della spesa per la difesa. Questa instabilità istituzionale alimenta ondate ricorrenti di protesta, che accrescono la frequenza potenziale di eventi di strikes, riots and civil commotion (SRCC). Il rapporto segnala Spagna e Germania tra i Paesi con il maggiore incremento di attacchi contro proprietà commerciali, evidenziando come la politicizzazione delle fratture sociali abbia riflessi diretti sui portafogli corporate e retail.
Sul versante geoeconomico, il rapporto insiste su un vettore strutturale: l’uso sistematico di dazi e restrizioni commerciali come strumento di competizione geopolitica, accentuato dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. La ricalibrazione delle dipendenze dalle catene del valore cinesi è ormai un orientamento duraturo, che ridefinisce rotte produttive, logistiche e finanziarie. Per le imprese, il rischio non è solo il livello dei dazi, ma la volatilità delle regole, che rende l’incertezza regolatoria un fattore critico quanto l’impatto tariffario.
In questo quadro, Maplecroft propone tre scenari al 2030: Drift, Fracture e Adaptation. Drift, scenario centrale, descrive un mondo di instabilità elevata ma gestibile. Fracture rappresenta la deriva sistemica, con escalation tra grandi potenze e crisi dell’ordine multilaterale. Adaptation, il meno probabile, ipotizza un rafforzamento della cooperazione internazionale.
Qualunque scenario prevalga, alcuni elementi restano costanti: intensificazione della competizione geopolitica, consolidamento del nazionalismo economico, frammentazione regolatoria e aumento strutturale dell’esposizione al rischio.
La raccomandazione implicita è un cambio di paradigma nella gestione del rischio: dalla reazione tattica agli shock alla costruzione di capacità strutturate di scenario planning, monitoraggio di indicatori precoci e integrazione del rischio politico nei processi core. Per il settore assicurativo, la sfida non è più marginale: il rischio politico non è l’eccezione, ma una componente permanente del paesaggio operativo globale.
L'editoriale del Prof. Lorenzo Castellani, Tenure Track Researcher Assistant Professor LUISS Guido Carli