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Meglio tardi che mai: l’Italia punta sull’Africa con una strategia a misura d’uomo

Dopo anni di relativa marginalità rispetto alle grandi potenze globali, Roma sta ridefinendo il proprio ruolo nel continente africano. Attraverso il Piano Mattei, gli investimenti pubblici e la spinta silenziosa delle sue PMI, l’Italia propone un modello diverso: meno spettacolare, ma fondato sull’industria, sul trasferimento di competenze e sulla creazione di valore locale.

Per decenni l’Africa è stata al centro di una competizione internazionale dominata dalle grandi potenze. La Cina ha costruito infrastrutture su larga scala, gli Stati Uniti hanno rafforzato la propria presenza strategica e diversi Paesi europei hanno consolidato relazioni storiche con il continente.

L’Italia, invece, è rimasta a lungo più discreta.

Eppure, dietro questa apparente assenza, esisteva già una presenza economica significativa. Oggi gli scambi commerciali tra Italia e Africa hanno superato la soglia dei 60 miliardi di euro annui, confermando il continente africano come una delle aree strategiche per il futuro dell’economia italiana.

Attraverso le proprie imprese industriali, il settore energetico e una rete diffusa di imprenditori, Roma non ha mai realmente abbandonato il continente africano.

Oggi questa presenza sembra destinata a cambiare dimensione.

Con il Piano Mattei, approvato dal governo italiano nel 2024 e successivamente rafforzato attraverso nuovi strumenti finanziari, l’Italia punta a trasformare il proprio approccio all’Africa: passare da una logica tradizionale di cooperazione a una strategia economica di lungo periodo, nella quale il continente africano non sia soltanto un fornitore di risorse, ma un vero partner industriale.

Il Piano prevede una dotazione iniziale di circa 5,5 miliardi di euro, attraverso risorse pubbliche italiane, fondi per la cooperazione e strumenti finanziari destinati a mobilitare investimenti privati.

L’obiettivo non è semplicemente investire di più.

È investire in modo diverso.

Il Piano Mattei: una diplomazia economica fondata sulla creazione di valore

La peculiarità del modello italiano risiede nella capacità di collegare diversi ambiti strategici: energia, agricoltura, infrastrutture, formazione e sviluppo industriale.

L’idea alla base è semplice: un investimento sostenibile non può limitarsi a estrarre una risorsa o finanziare un’infrastruttura. Deve contribuire alla costruzione di un ecosistema economico locale.

Questa impostazione risponde anche a una trasformazione profonda del continente africano.

Entro il 2050, la popolazione africana dovrebbe raggiungere circa 2,5 miliardi di persone, con una crescita significativa della domanda di energia, infrastrutture, alimentazione, abitazioni e servizi.

Per l’Italia, questo rappresenta non soltanto una sfida geopolitica, ma anche un’enorme opportunità industriale.

Lo Stato definisce le priorità strategiche, i grandi gruppi industriali mettono a disposizione capacità e competenze, mentre gli imprenditori privati sviluppano progetti più mirati, spesso attraverso partnership con operatori africani.

Questa combinazione tra intervento pubblico e iniziativa privata rappresenta probabilmente il vero elemento distintivo della strategia italiana.

L’energia: tra sicurezza nazionale e transizione del futuro

L’energia rappresenta storicamente il principale punto di accesso dell’Italia in Africa.

Da decenni il gruppo Eni ricopre un ruolo centrale nel continente, con attività in oltre 15 Paesi africani e una produzione significativa di gas e petrolio.

Il gruppo italiano è oggi uno dei principali investitori energetici stranieri in Africa, con una strategia che combina sicurezza degli approvvigionamenti e sviluppo di nuove tecnologie.

Per Roma, l’Africa rappresenta un partner fondamentale per diversificare le fonti energetiche.

L’Algeria, per esempio, è diventata dopo la crisi energetica europea uno dei principali fornitori di gas dell’Italia, mentre l’Egitto rappresenta un hub strategico per il Mediterraneo orientale.

Tuttavia, la nuova strategia va progressivamente oltre gli idrocarburi.

L’Italia punta infatti anche sui settori energetici del futuro: energie rinnovabili, biocarburanti, idrogeno e infrastrutture elettriche.

Secondo le stime internazionali, l’Africa possiede circa il 60% del potenziale mondiale di energia solare, ma rappresenta ancora meno del 5% della capacità solare installata globale.

Questo divario rappresenta una delle più grandi opportunità di investimento dei prossimi decenni.

L’agricoltura: esportare un modello, non soltanto prodotti

L’agricoltura rappresenta uno dei settori nei quali l’Italia possiede uno dei vantaggi competitivi più significativi.

Il modello italiano non consiste semplicemente nell'exportare prodotti alimentari, ma nel trasferire un sistema di competenze.

L’esperienza italiana combina tecnologia agricola, irrigazione intelligente, meccanizzazione e trasformazione agroalimentare.

La sfida africana è enorme: il continente possiede circa il 60% delle terre agricole non ancora coltivate del pianeta, ma importa ogni anno decine di miliardi di dollari di prodotti alimentari.

Questo significa che il vero potenziale non è soltanto aumentare la produzione, ma costruire filiere industriali complete. Attraverso progetti promossi da grandi operatori come Bonifiche Ferraresi, ma anche attraverso iniziative private, l’obiettivo è sviluppare aziende agricole moderne capaci di aumentare la produttività e generare maggiore valore sul territorio.

La sfida, infatti, va oltre la produzione agricola. Riguarda la costruzione di filiere complete: produrre, trasformare, conservare e distribuire.

In altre parole, permettere ai Paesi africani di trattenere una quota maggiore del valore generato dalle proprie risorse.

Le infrastrutture: creare le connessioni necessarie allo sviluppo

Lo sviluppo africano dipende anche da una grande sfida infrastrutturale.

Secondo la Banca Mondiale, il deficit infrastrutturale africano richiede investimenti annuali superiori ai 100 miliardi di dollari per sostenere pienamente la crescita economica del continente.

Strade, ferrovie, reti energetiche, gestione delle risorse idriche e infrastrutture digitali rappresentano elementi essenziali per collegare le economie africane e favorire la crescita del settore privato.

L’Italia interviene in questo ambito attraverso le proprie istituzioni finanziarie e le proprie imprese specializzate.

Attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, Roma punta a mobilitare risorse pubbliche e private per sostenere investimenti africani, anche attraverso partnership con istituzioni multilaterali come la Banca Africana di Sviluppo.

La strategia italiana non punta necessariamente a competere con i grandi programmi infrastrutturali cinesi. Piuttosto, mira a sostenere progetti capaci di creare condizioni favorevoli per lo sviluppo economico locale.

Il vero motore italiano: PMI e imprenditori

Se i grandi gruppi attirano maggiormente l’attenzione, la vera peculiarità italiana si trova altrove.

L’Italia possiede uno dei tessuti più ricchi al mondo di piccole e medie imprese industriali: oltre 4 milioni di PMI, che rappresentano circa il 75% dell’occupazione privata italiana e una quota fondamentale dell’export nazionale.

Migliaia di aziende familiari sono specializzate in settori altamente tecnici: macchinari industriali, agroalimentare, costruzioni, tessile, meccanica e design. Questo modello imprenditoriale rappresenta probabilmente uno dei maggiori punti di forza italiani in Africa.

A differenza dei grandi operatori internazionali, spesso concentrati su grandi opere e investimenti di scala, le PMI italiane avanzano attraverso una presenza più progressiva:

una filiale locale, una partnership con un imprenditore africano, la formazione di tecnici, il trasferimento di tecnologia.

Non vengono soltanto per vendere un prodotto.

Vengono per creare capacità produttiva.

Il Made in Italy come strumento di industrializzazione africana

In molti Paesi africani la priorità non è più soltanto importare prodotti finiti, ma sviluppare capacità industriali proprie. Ed è proprio in questo spazio che il sapere italiano trova una nuova opportunità strategica.

Il continente africano rappresenterà nei prossimi anni uno dei mercati con la crescita urbana più rapida al mondo: entro il 2050, oltre il 70% della popolazione africana vivrà in città.

Questo creerà una domanda enorme di:

  • materiali da costruzione;
  • macchinari;
  • tecnologie produttive;
  • infrastrutture industriali.

Nell’agroalimentare, le aziende italiane possono fornire tecnologie per trasformare le produzioni locali.

Nel settore delle costruzioni, possono trasferire competenze nei materiali, nella ceramica e nella lavorazione della pietra.

Nel tessile e nella pelletteria, possono contribuire alla crescita di filiere capaci di competere sui mercati internazionali. Il vantaggio italiano, quindi, non è soltanto commerciale.

È industriale.

Conclusione: un ingresso tardivo, ma con un’identità precisa

L’Italia arriva più tardi nella nuova competizione africana. Ma questo ritardo potrebbe trasformarsi in un’opportunità. Roma non punta a diventare una potenza dominante nel continente. Punta invece a costruire una presenza economica coerente con la propria identità: industriale, imprenditoriale e fondata sulle relazioni. La vera sfida africana del XXI secolo non sarà soltanto capire chi investirà di più. Sarà capire chi sarà capace di creare più valore localmente.

E in questa competizione l’Italia possiede una carta particolare: non propone soltanto finanziamenti o infrastrutture.

Propone un modello :

Un modello fondato su un principio semplice: costruire con l’Africa, non soltanto investire in Africa.

Articolo di Carlos Lougourou, Sustainability Advisor