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Materie prime critiche: perché chi raffina conta più di chi estrae. L’intervista a Schinaia

materie prime

Smartphone, auto elettriche, data center, pale eoliche: la nostra vita digitale e la transizione energetica poggiano su un'infrastruttura materiale che raramente vediamo. Terre rare, litio e altri minerali critici sono diventati una questione di potere, e a controllarne buona parte è un numero ristretto di Paesi, con la Cina in testa, non solo per l'estrazione ma soprattutto per la raffinazione.

L'intervista a Gianluca Schinaia, giornalista, imprenditore e manager della sostenibilità, autore del libro "L'Età delle matrici. Terre rare, materie prime e dinamiche di potere". Con lui abbiamo parlato di dipendenze strategiche, restrizioni all'export e dei limiti di una transizione ecologica che ha un lato poco raccontato.

Il primato cinese sulla raffinazione. La Cina ha saputo aggiungere al ruolo di produttore quello di trasformatore. Quanto pesa oggi la raffinazione, più dell'estrazione, nel determinare chi detiene il potere sulle materie prime? 

Si tratta di una domanda che si estende a tutte le risorse: pensiamo al petrolio. Chi si è arricchito di più tra le "7 sorelle", le grandi multinazionali che raffinano e gestiscono l'oro nero, e i paesi mediorientali? Certo, le élite di queste nazioni sono ricchissime, ma le multinazionali occidentali che di fatto hanno licenze estrattive ma soprattutto capacità raffinative lo hanno fatto altrettanto (se non di più). Tornando alle materie prime, il territorio cinese ospita il 10 per cento delle riserve globali di litio (di cui la Cina produce il 22 per cento di quello commerciato a livello globale), il 28 per cento di grafite (di cui produce l'87 per cento), il 49 per cento di elementi delle terre rare (di cui produce il 61 per cento). Raffina a livello planetario il 44 per cento del rame, circa il 75 per cento del litio e del cobalto e ben oltre il 90 per cento delle terre rare e della grafite.

Si parla tanto di Cina e terre rare: quelle pesanti sono le più pregiate. Bene, se la Cina non le importasse dalla Birmania avrebbe grossi problemi. Voglio dire che in mezzo secolo la Cina ha messo su un sistema che parte dalla ricerca e arriva alle tecnologie, certo innanzitutto procurandosi i giacimenti (sia nazionali che stranieri, attraverso partnership). Ma pensiamo alla Repubblica Democratica del Congo: ricchissima di rame e cobalto, poverissima come Pil pro capite. I suoi giacimenti sono preda di altri. Avere le risorse non significa saperle estrarre, e soprattutto trasformare: la Cina è diventata leader mondiale delle materie prime con l'obiettivo di scalare la supply-chain, passando da estrarre a raffinare litio fino a produrre smartphone e auto elettriche performanti a prezzi imbattibili per i competitor.

E l'Occidente può davvero recuperare terreno su questo fronte?

L'Occidente era leader nella raffinazione e lavorazione delle materie prime fino agli anni Novanta. La prima risposta è: certo. La seconda, più realistica, è: difficile. Perché l'Occidente non sa far fronte comune, ormai neanche più tra Usa ed Europa. La Cina invece si muove come un sol uomo, in modo strategico, secondo una visione di lungo periodo: tutte caratteristiche non proprie dei paesi occidentali allo stato attuale. Tornando alla prima risposta, nel cosiddetto Occidente ci sono l'Australia e il Canada, due pesi massimi nei giacimenti di materie prime. Sommati alle risorse tra Europa e Usa, con le tecnologie di paesi come il Giappone o la Corea del Sud, risalire la china rapidamente sarebbe certamente possibile.

Le restrizioni all'export 

Pechino ha introdotto restrizioni commerciali sulle materie prime e, di recente, anche su alcune tecnologie di raffinazione, quindi non solo sui materiali ma anche sul know-how.

Come legge questa strategia? La considera una mossa difensiva o un'arma geopolitica?

Un'arma offensiva: come spiego nel libro, i dazi di Trump (e prima quelli di Biden) nascono come ritorsione alle restrizioni cinesi. In questi giorni la Cina sta letteralmente strozzando l'industria tecnologica giapponese limitando alcune terre rare strategiche, in particolare disprosio, terbio e ittrio. Quest'ultima in particolare essenziale per aeronautica, semiconduttori e applicazioni industriali avanzate. Ma è solo un esempio di come scientemente il "Celeste Impero" abbia fatto valere a livello geopolitico il predominio sulle terre rare perseguito in mezzo secolo. Come scrivo nel libro, sono ancora le teste a fare la differenza, e la Cina lo sa bene: ogni volta che Pechino impone queste limitazioni specifiche all'export di matrici, bisogna considerare che al contempo è ordinato anche il blocco della condivisione di tecnologie, macchinari, know-how. Da qualche tempo il governo cinese ha infatti redatto un catalogo ufficiale per monitorare e limitare i movimenti all'estero dei professionisti detentori di competenze preziose legate al mondo della lavorazione delle matrici e della produzione di prodotti derivati (in primis, i magneti), riducendo così il rischio di fuga di conoscenze verso Paesi rivali. Si tratta di una forma di controllo sulle prossime evoluzioni tecnologiche nel campo delle matrici, così Pechino può rimanere sempre un passo avanti rispetto ai competitor occidentali.

Transizione ecologica: c'è il rischio di sostituire la dipendenza dai combustibili fossili con una dipendenza altrettanto forte da pochi Paesi fornitori di litio, terre rare e altri minerali critici?

Non per forza, almeno nel lungo periodo. In teoria il rischio è concreto, ma il grande vantaggio delle materie critiche è che in gran parte dei casi possono essere riciclate: petrolio, gas e carbone, no. Insomma le "matrici" possono entrare a pieno diritto in una circolarità produttiva. Anzi, sarà indispensabile visto che non ne abbiamo a sufficienza per produrre ciò che ci serve per alimentare la transizione ecologica (pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, macchine elettriche, accumulatori stazionari...). Il punto è temporale: prima di avere una massa critica di oggetti da cui riestrarre materie prime e prima di avere soprattutto un sistema efficiente nella raccolta di questi oggetti a fine vita ci vorrà tempo (che dipenderà anche dall'efficienza nel creare questo sistema). Nel frattempo, sicuramente i Paesi che ospitano giacimenti o controllano le trasformazioni delle materie prime saranno playmaker chiave nella diffusione della transizione ecologica.

Tra Stati Uniti e Cina, l'Europa sembra la più esposta. Quali strade ha davvero a disposizione: diversificare i fornitori, riciclare, aprire nuove miniere sul proprio territorio? E quali ostacoli, dai costi all'impatto ambientale, rendono tutto questo difficile?

I piani europei sono corretti, bisogna capire se saranno implementati. Il Critical Raw Material Act che da 15 anni mette in luce criticità e prospettive per fronteggiare la domanda europea di materie prime critiche illustra tre strade: aumentare il recupero di minerali critici da oggetti a fine vita, riaprire miniere strategiche nel Vecchio continente, investire in ricerca per sostituire "matrici". Secondo un'analisi che ho fatto e riporto nel libro, tra il 2030 e il 2050 le materie prime che saranno particolarmente deficitarie in Europa sono il litio, la grafite, il cobalto, il nichel, alcune terre rare come terbio, disprosio, neodimio, praseodimio e infine silicio metallico, PGM e rame. Cioè alcune tra le materie più ricercate e su cui la Cina applica spesso (soprattutto sulle terre rare) applica restrizioni all'export. Ma, tanto per fare un esempio, un'azienda italiana chiamata 9-Tech, startup nata nel 2020 a Venezia, è oggi proprietaria di tecnologie per il riciclo dei pannelli solari ed è l'unica in assoluto (cioè al mondo) a recuperare argento e soprattutto silicio (una delle materie prime più ambite appunto in Europa nel prossimo futuro) dai pannelli solari. E infatti l'azienda è stata scelta come "campione europeo" e avrà corsie preferenziali per finanziamenti secondo il CRM Act.

Gli ostacoli principali che vedo sono politici: se crolla la coesione europea torniamo ad essere nani che si battono con giganti. O meglio, nani che verranno aggiogati da giganti. Il tema ambientale - se pensiamo in particolare alle miniere - può essere gestito, se parliamo di tanti piccoli impianti locali. Quello dei costi non è un tema, perché quanto ci costerà l'approvvigionamento dall'estero di materie prime è un'incognita, ma che sarà sicuramente un valore più alto dell'autoproduzione è indubbio.

Dietro smartphone e auto elettriche c'è una filiera con un forte impatto ambientale e sociale. Quanto siamo consapevoli, come consumatori e come Paesi, di questi costi? E il riciclo (che oggi ha già un centro di gravità in Cina, specie per le batterie) può essere una risposta credibile?

Nulla, o meglio ne siamo indifferenti persi nella nostra "cloud" digitale, distratti da pillole di incoscienza per volere del marketing che sono in realtà armi di distrazione di massa. Cito un dato: per soddisfare entro il 2035 la sola domanda globale di batterie per i veicoli elettrici dovranno aprire 400 nuove miniere in tutto il mondo. E parliamo solo delle auto elettriche. In generale nel corso dei prossimi trent'anni sarà necessario estrarre più minerali di quanto l'umanità abbia fatto negli ultimi 70.000. Oltre a quello ambientale c'è poi l'impatto umano: l'attività estrattiva inciderà sulle comunità che devono lasciare i loro habitat ancestrali o che subiscono gli effetti degli scarichi tossici su fauna e flora. E allora? Ne vale la pena? Ma certo. Sempre nel libro spiego che nel 2023, un team di scienziati e consulenti ha previsto la domanda futura di metalli e carbone in uno scenario ambizioso in cui l'umanità raggiungerà emissioni nette di CO2 equivalente entro il 2050. Quel che hanno scoperto è che l'estrazione globale totale di minerali potrebbe diminuire di un terzo a causa del calo dell'estrazione del carbone, che al momento è l'elemento più estratto dalle miniere nel mondo. La sua combustione, come quella di gas e petrolio, è uno spettacolo una tantum: sono risorse non rinnovabili, come ben sappiamo. Invece un vantaggio enorme delle materie prime critiche è proprio la loro riusabilità, la possibilità di recupero materico. Per cui i costi ambientali delle materie prime sono esageratamente più bassi di quelli relativi all'estrazione attuale delle fossili.

Il riciclo non è l'unica risposta, ma è essenziale. Senza il riciclo degli oggetti ricchi di materie prime perdiamo oltretutto ricchezza economica. La Cina è leader nel riciclo, e al momento è l'unica a non averne bisogno visto che controlla la filiera produttiva delle "matrici": un motivo ci sarà. Racconto una storia ne "L'Età delle matrici" che credo emblematica. J.B. Straubel ha ricoperto il ruolo di chief technology officer per quindici anni nella Tesla di Elon Musk: è lui che ha creato la tecnologia che ha dato per tanti anni il primato alle auto elettriche dell'azienda americana. Eppure, all'apice del successo di Tesla, Straubel la lasciò e aprì la startup Redwood Materials, in un ranch di 150 ettari nella campagna di Carson City, vicino alla Gigafactory di Tesla. Lo aveva fatto perché inizialmente voleva recuperare gli scarti industriali della factory, ma il suo obiettivo era un altro, dato che, come amava dire, «gli enormi giacimenti non sfruttati erano i garage dei cittadini americani». L'azienda di Straubel riceve spesso gratuitamente smartphone, batterie di scooter o utensili elettronici visto che la gente non sa dove buttarli. Oggi Redwood Materials fattura miliardi e sono nati molti suoi competitor: negli ultimi anni, oltre 50 startup del settore del riciclo e recupero hanno attirato miliardi di investimenti in tutto il mondo. Il riciclo non è tutto, ma è un elemento essenziale nella strategia di approvvigionamento di "matrici". Ed è anche, per i player interessati, davvero un ottimo investimento.