Alla fine di dicembre 2025, l’Iran è stato attraversato da una nuova ondata di proteste che, nel giro di pochi giorni, si è estesa dalla capitale a numerose altre città del Paese. Le manifestazioni sono emerse in un contesto di forte pressione economica, caratterizzato da una marcata svalutazione della moneta nazionale, da un’accelerazione dell’inflazione e da un aumento significativo del costo dei beni essenziali.
A differenza di precedenti episodi di mobilitazione, l’attuale ciclo di manifestazioni ha avuto origine nel Grand Bazaar di Teheran, coinvolgendo inizialmente commercianti e operatori economici prima di estendersi a studenti e ad altri settori della popolazione. Questo elemento rende la mobilitazione particolarmente rilevante, poiché rispecchia un malcontento intrinseco alle radici del regime politico iraniano. Effettivamente, il bazar ha storicamente occupato una posizione centrale negli equilibri socio-economici e politici del governo in questione.
L’articolo, in primo luogo, spiega gli eventi successi da dicembre e, di conseguenza, i fattori scatenanti. In secondo luogo, analizza il ruolo dei bazaari come attore politico e il loro rapporto storico e funzionale con il sistema di potere iraniano. Infine, colloca queste dinamiche all’interno della struttura di governo della Repubblica Islamica, spiegando il sistema politico.
Le manifestazioni scoppiate in Iran sono iniziate il 28 dicembre 2025, inserendosi inizialmente come una protesta contro il grave deterioramento economico. Nel giro di pochi giorni, il malcontento si è esteso dal Grand Bazaar di Teheran a numerose città del Paese, tra cui Isfahan, Shiraz, Mashhad, Hamadan e Qeshm. Ciò ha avuto luogo in almeno 17 delle 31 province, coinvolgendo decine di migliaia di persone: dai commercianti e bazaaris, grandi fedeli del regime politico, agli studenti universitari.
Questi episodi sono stati innescati dal crollo del rial e da un’accelerazione dell’inflazione. A fine mese, la moneta iraniana ha superato la soglia di 1,4 milioni di rial per dollaro, rispetto ai circa 700.000 di gennaio 2025 e ai 900.000 di metà anno. Questa svalutazione ha avuto effetti importanti sul costo della vita quotidiana: i prezzi dei beni alimentari sono aumentati in media del 72%, mentre i prodotti sanitari di oltre il 50% rispetto all’anno precedente, causando un’inflazione annua che supera il 40–42% (Kamiar & Hajdari, 2025).
Alla base dell’attuale crisi economica vi è la convergenza di diversi fattori. Uno di essi è stata la guerra di dodici giorni con Israele nel giugno del 2025, che ha causato danni infrastrutturali in diverse città. Da aggiungere è la reintroduzione delle sanzioni internazionali nel settembre del 2025, dopo il fallimento dell’ONU nel tentativo di prorogare l’alleggerimento delle misure restrittive legate al dossier nucleare (Shamim, 2026). Un ulteriore fattore aggravante è stata probabilmente la riforma del sistema di sussidi ai carburanti, introducendo prezzi più alti e aumentando il costo di quella che era stata tra le benzine più economiche al mondo, aggravando la pressione sulle famiglie locali (Kamiar & Hajdari, 2025).
Diversi residenti incolpano la cattiva gestione dell’economia e la concentrazione delle risorse nelle mani di élite politico-securitarie per i propri interessi, trascurando le necessità del popolo. Questi fattori hanno fatto sì che la mobilitazione originariamente economica si sia tramutata in una manifestazione di natura anche politica, contro il regime, riducendo la capacità dello Stato di intervenire in modo pacifico ed efficace. Come ha osservato l’analista di Teheran Saeed Laylaz, “il problema centrale per i commercianti non è tanto l’inflazione in sé, quanto la volatilità dei prezzi, che rende impossibile decidere se comprare o vendere” (Hafezi, 2026).
Le manifestazioni sono iniziate in modo emblematico, toccando il cuore economico e simbolico del Paese, quando i commercianti del Grand Bazaar di Teheran hanno chiuso le saracinesche e avviato la prima ondata di disapprovazione verso la situazione attuale.
Gli slogan, inizialmente focalizzati su inflazione e carovita, hanno lasciato spazio a critiche dirette contro le istituzioni religiose e contro la legittimità stessa della Repubblica Islamica. In alcune città, i manifestanti hanno bruciato immagini della Guida Suprema, Ayatollah Ali Khamenei, e scandito motti come “morte al dittatore”, segnando un salto nella natura della protesta (Hafezi, 2026).
Per di più, alcuni gruppi hanno iniziato a esprimere sostegno a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, come simbolo alternativo al sistema attuale. Sebbene Pahlavi abbia ribadito di sostenere un referendum sul futuro assetto istituzionale del Paese piuttosto che una restaurazione monarchica, il riemergere di questo riferimento indica una crisi profonda di legittimità e una crescente apertura verso opzioni politiche esterne al quadro istituzionale attuale (Al Jazeera).
La risposta delle autorità è stata rapida e in larga parte coercitiva. Secondo dati diffusi da organizzazioni per i diritti umani, oltre 10.000 persone sarebbero state arrestate dall’inizio delle proteste, mentre le cifre sui morti restano controverse: fonti ufficiali parlano di oltre 100 membri delle forze di sicurezza uccisi, mentre gruppi dell’opposizione sostengono che il numero delle vittime tra i manifestanti sia molto più elevato.
Parallelamente, la crisi ha assunto una dimensione internazionale. Washington ha mantenuto aperti canali di comunicazione con Teheran, pur valutando nuove misure punitive, tra cui dazi del 25% per i Paesi che continuano a fare affari con l’Iran. Il Dipartimento di Stato statunitense ha inoltre invitato i cittadini americani a lasciare il Paese, segnalando un rapido deterioramento della sicurezza interna (Choukeir et al., 2026).
Secondo l’International Crisis Group (2026), il fatto che la protesta sia partita proprio dal bazar, tradizionalmente considerato uno dei pilastri della stabilità del sistema, indica che l’Iran sta attraversando una crisi più profonda e strutturale. A distanza di soli tre anni dalla brutale repressione del movimento “Donna, Vita, Libertà”, il ricorso quasi immediato alla forza suggerisce che il regime dispone di margini sempre più ridotti per assorbire il dissenso attraverso strumenti politici o economici, affidandosi nuovamente alla repressione come principale modalità di gestione della crisi.
Nel tentativo di contenere l’attuale ondata di proteste, le autorità iraniane hanno cercato fin dalle prime fasi di controllarne la narrativa, distinguendo tra categorie di manifestanti. Una prima categoria sarebbe costituita dai bazaari, definiti come interlocutori “legittimi” e tradizionalmente conservatori. Questi ultimi avrebbero ricevuto incentivi economici e misure correttive mirate, al fine di portarli di nuovo sotto la loro ala. Dall’altro lato, ci sarebbero gli altri settori della protesta, descritti come “rivoltosi” ed accusati perfino di mohareb (“nemici di Dio”), cosa che potrebbe comportare la pena di morte (Guolo, 2026).
Questa distinzione riflette il ruolo storico e centrale del bazar negli equilibri politici iraniani. D’altronde, i bazaari hanno rappresentato per decenni uno dei pilastri della legittimità della Repubblica Islamica, avendo una funzione di stabilizzazione economica e politica sin dalla Rivoluzione del 1979 (Cassanmagnago & Muratore, 2025).
L’alleanza tra mercanti del bazar e clero affonda le proprie radici ben prima della nascita della Repubblica Islamica. Nel corso della storia iraniana moderna, tale alleanza ha avuto un ruolo essenziale in momenti chiave come la Protesta del Tabacco, il Movimento Costituzionale e, più tardi, il sostegno alla nazionalizzazione dell’industria petrolifera guidata da Mohammed Mossadegh nel 1951 (Shamseldin, 2024).
Tuttavia, un punto di svolta si è verificato nel 1979, quando i bazaari fornirono un contributo decisivo all’ascesa del clero al potere attraverso l’istituzionalizzazione della dottrina della Wilayat al-Faqih. Quest’ultima consisterebbe nella tutela giuridica assoluta del giurisperito, applicata in modo particolarmente incisivo anche alla sfera economica. Formulata da Khomeini e attuata nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione, questa teoria ha sancito il controllo delle risorse statali da parte della Guida Suprema e l’inserimento dei suoi rappresentanti all’interno di tutte le principali istituzioni governative. Tale impianto teorico-religioso ha determinato una profonda riconfigurazione della struttura di governo e dell’assetto istituzionale dell’Iran.
Nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione, i mercanti del bazar furono progressivamente integrati nell’architettura dello Stato, spesso attraverso reti politiche conservatrici come l’Islamic Coalition Party. Essi ottennero accesso a ministeri tra cui quelli del Commercio e del Lavoro e a istituzioni come il Consiglio dei Guardiani.
Durante gli anni Ottanta, i bazaari beneficiarono di licenze di importazione, di un accesso preferenziale al tasso di cambio ufficiale, significativamente inferiore a quello di mercato, e della gestione delle principali attività commerciali sotto la supervisione statale. Questo sistema consentì loro di ottenere profitti, rafforzando il legame tra il bazar e lo Stato.
Negli anni Novanta, con l’avvio delle politiche di liberalizzazione economica sotto la presidenza di Akbar Hashemi Rafsanjani, le forze politiche legate al bazar sostennero l’emarginazione delle correnti islamiste di sinistra e mantennero una posizione influente all’interno dello Stato. Anche durante la presidenza riformista di Mohammad Khatami, le istituzioni chiave come il Consiglio dei Guardiani, l’Assemblea degli Esperti e la magistratura rimasero saldamente controllate da settori conservatori, preservando la loro posizione.
Ciononostante, a partire dagli anni Duemila, questo equilibrio ha iniziato a deteriorarsi. Sebbene il bazar avesse inizialmente sostenuto la candidatura di Mahmoud Ahmadinejad nel 2005, le politiche economiche della sua amministrazione hanno accelerato un processo di erosione strutturale del potere economico dei bazaari. La cosiddetta “privatizzazione” si è tradotta nella cessione di vaste risorse statali a entità affiliate ai Guardiani della Rivoluzione (IRGC) e alle fondazioni religiose (bonyads), ridefinite come “enti pubblici non governativi” in seguito a una nuova interpretazione dell’Articolo 44 della Costituzione.
Il risultato è stato un profondo mutamento dell’economia politica iraniana. L’IRGC e i principali bonyads, tra cui la Mostazafan Foundation, l’Imam Reza Shrine Foundation e Setad, hanno costruito estesi conglomerati economici, espandendo la propria influenza in settori come infrastrutture, energia, finanza e commercio. Questo nuovo blocco di potere ha progressivamente marginalizzato il bazar tradizionale, riducendone il peso economico e politico (Valadbaygi, 2026).
Negli ultimi anni sono emersi segnali di un crescente disincanto di ampi settori del bazar nei confronti delle politiche della Repubblica Islamica. Sul piano elettorale, molti bazaari hanno sostenuto candidati riformisti in diverse tornate, senza tuttavia convergere stabilmente su una singola opzione politica. Nonostante ciò, rispetto ad altri gruppi sociali, i mercanti del bazar hanno raramente partecipato a mobilitazioni pubbliche contro il governo, anche in fasi di forte mobilitazione sociale.
Fanno eccezione gli episodi del 2008 e del 2010, quando la chiusura dei bazar in diverse città, in risposta ai tentativi del governo Ahmadinejad di aumentare la pressione fiscale, costrinse le autorità a ritirare le misure contestate (Harris, 2010). L’assenza di un coinvolgimento significativo dei bazaari durante le proteste del Green Movement del 2009 indica tuttavia che non si era sviluppato un legame strutturato tra il bazar come attore sociale e i movimenti democratici, anche a causa della ridotta coesione e solidarietà collettiva che caratterizzava questo settore rispetto a fasi precedenti della storia iraniana.
Proprio per questo, l’attuale mobilitazione dei bazaari assume un significato particolare. Essa non rappresenta un’anomalia, ma il risultato di una trasformazione politico-economica di lungo periodo che ha progressivamente svuotato uno dei tradizionali pilastri del sistema. Per decenni, il governo ha fatto affidamento sul bazar come forza stabilizzatrice e garante di conformità economica; il fatto che la protesta abbia avuto origine proprio in questo ambito segnala un mutamento profondo nei rapporti tra Stato e società.
La Repubblica Islamica dell’Iran è costruita come un sistema ibrido, che combina istituzioni elettive con un forte controllo religioso. Tuttavia, nella pratica, la componente teocratica prevale nettamente su quella repubblicana. Ciò mostra l’importanza politica delle proteste attuali. Formalmente, in Iran esistono elezioni per il presidente e per il parlamento. Il presidente è eletto direttamente dai cittadini e il parlamento svolge funzioni legislative.
Ciononostante, l’accesso alla competizione politica è rigidamente controllato da organi religiosi, che selezionano preventivamente i candidati ammessi. Di conseguenza, le elezioni non costituiscono un reale meccanismo di alternanza, ma uno strumento di legittimazione limitata del sistema.
Al centro dell’architettura istituzionale si trova la Guida Suprema, un’entità religiosa, attualmente Ali Khamenei, che rappresenta l’autorità più potente dello Stato. La Guida Suprema controlla le forze armate, influenza il governo, nomina i vertici della magistratura e domina gli organismi incaricati di vigilare sulle elezioni e sulla produzione legislativa. In questo assetto, le istituzioni religiose hanno un peso decisamente superiore rispetto a quelle rappresentative.
Il principio che legittima questa struttura è quello del Velayat-e Faqih, secondo cui il clero governa in quanto custode dell’ordine islamico e garante dell’interesse della comunità. Ne deriva un sistema in cui religione e Stato sono strettamente intrecciati, e in cui la legge religiosa costituisce il fondamento dell’autorità politica. Fondato grazie alla partecipazione dei bazaari.
Accanto a questo impianto istituzionale opera un solido apparato di sicurezza, composto in particolare dai Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) e dalla Basij (milizia volontaria che si occupa di mantenere i principi morali del regime), incaricati non solo della difesa dello Stato, ma anche del controllo sociale e dell’ordine interno. Questo apparato rafforza le sue capacità di contenere il dissenso e preservare l’equilibrio politico esistente.
In sintesi, il sistema iraniano può essere definito come una teocrazia elettorale controllata, in cui il consenso popolare è ammesso solo entro confini stabiliti dall’autorità religiosa. È all’interno di questo quadro che va letta la reazione del governo alle proteste: ogni mobilitazione che coinvolga attori tradizionalmente integrati nel sistema, come i bazaari, mette sotto pressione un equilibrio già fortemente centralizzato e gerarchico, rendendo la crisi più difficile da circoscrivere sul piano politico.
Infine, questi avvenimenti successi alla fine del 2025 segnalano una tensione che va oltre la dimensione economica e coinvolge direttamente gli equilibri su cui si è storicamente fondata la stabilità della Repubblica Islamica. L’origine della mobilitazione, tradizionalmente integrata nel sistema di potere, segnala una frattura nei rapporti tra Stato, economia e la volontà di un cambiamento dal popolo.
L’erosione del ruolo dei bazaari, a vantaggio di attori politico-securitari come i Guardiani della Rivoluzione e le fondazioni religiose, ha progressivamente indebolito uno dei principali canali di mediazione tra regime e società. In questo contesto, le strategie di contenimento del dissenso basate su repressione e cooptazione selettiva appaiono sempre meno efficaci.
Pur non indicando necessariamente una rottura immediata dell’ordine politico, seppure progressiva se guardiamo anche agli ultimi anni, le proteste attuali evidenziano una riduzione dei margini di manovra del sistema di governance iraniano, ormai alle strette. La difficoltà nel gestire il malcontento degli attori storicamente leali al regime suggerisce che le tensioni e le cause di tali proteste rappresentano un fattore strutturale di instabilità, destinato a incidere sulla capacità del regime di preservare la sua legittimità, fattore determinante nel mantenimento di un regime.
Cassanmagnago, A., & Muratore, A. (2025, December 31). Il risveglio del bazar: Le radici profonde delle proteste in Iran. InsideOver
Choukeir, J., Abdallah, N., & Ramadan, T. (2026, January 13). Trump weighs response to Iran crackdown, Tehran says communication open with US. Reuters
Guolo, R. (2026, January 15). Iran, la protesta e i possibili scenari. Treccani – Atlante geopolitico.
Hafezi, P. (2026, January 12). Iran's traders, frustrated by economic losses, turn against clerics. Reuters
Harris, K. (2010). The bazaar. In The Iran Primer. United States Institute of Peace.
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Kamiar, B., & Hajdari, U. (2025, December 31). Sanctions, inflation and currency collapse have pushed daily survival to the centre of public anger following the conflict with Israel last June. Euronews
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Shamseldin, A. (2024, April 3). The historical alliance between the bazaar and the clergy: Transformations and outcomes. Rasanah – International Institute for Iranian Studies
Valadbaygi, K. (2026, January 10). Why the once loyal bazaar merchants are now protesting in Iran. Al Jazeera
Articolo di Carla Martinez-Burgos Ortiz, Geopolitical Analyst Delta