Con un PIL di 194 miliardi di dollari, il Regno si colloca al quinto posto tra le economie africane. Un percorso che deve meno alla ricchezza del sottosuolo che a una scelta strategica: produrre per l’Europa, alle sue porte.
Sulla strada che da Tangeri porta al porto di Tanger Med, i camion carichi di automobili nuove incrociano i portacontainer provenienti dall’Asia. Vi si legge, meglio che in qualsiasi tabella statistica, la trasformazione silenziosa di un Paese che, una generazione fa, esportava soprattutto arance, pomodori e fosfato grezzo.
I dati del Fondo monetario internazionale danno la misura del cammino percorso. Secondo il World Economic Outlook di aprile 2026, il PIL nominale del Marocco raggiunge quest’anno 194,33 miliardi di dollari, con una crescita stimata del 4,9%. Nel 1990 si fermava a 32,66 miliardi, appena davanti alla Libia. Oggi il Paese siede accanto a Sudafrica, Egitto, Algeria e Nigeria nel quintetto di testa del continente, un club in cui rappresenta un’eccezione: vi è arrivato senza essere un produttore di energia.
La fabbrica dell’Europa
Il primo motore di questa ascesa ha un nome: l’automotive. Quella che era una semplice attività di assemblaggio è diventata in quindici anni la prima voce dell’export nazionale. A fine giugno 2025 il settore rappresentava il 32,9% delle esportazioni totali del Regno, secondo la Direction des études et des prévisions financières, e ciò nonostante un semestre in calo. Stellantis, Renault e i loro fornitori vi hanno installato linee produttive, trascinando con sé un intero ecosistema di cablaggi, meccanica ed elettronica.
L’aeronautica segue la stessa traiettoria, su scala più contenuta. Nel primo semestre 2024 le sue esportazioni sono balzate del 20,3%, a 15,34 miliardi di dirham. La logica è identica: prossimità geografica all’Europa, costi competitivi, zone franche e infrastrutture portuali di primo piano.
Il fosfato, rendita strategica
Il secondo pilastro è più antico, ma ha cambiato natura. Il Marocco detiene le maggiori riserve di fosfato al mondo, e il gruppo pubblico OCP non si limita più a estrarre la roccia: la trasforma in fertilizzanti venduti in Europa, Brasile, India e Africa. Nel primo semestre 2025 le esportazioni di fosfati e derivati sono cresciute del 18,9%, portando la loro quota sulle vendite estere al 19,7%. In un mondo preoccupato per la propria sicurezza alimentare, questa risorsa è diventata una leva diplomatica non meno che economica.
Un’economia a tre motori
Ciò che distingue il Marocco dai suoi vicini è, infine, l’equilibrio del suo tessuto produttivo. I servizi pesano circa la metà del PIL, l’industria un quarto, l’agricoltura quasi un decimo. Turismo, rimesse della diaspora e logistica completano il quadro: gli introiti turistici e i trasferimenti dei marocchini all’estero costituiscono due fonti essenziali di valuta. L’agricoltura resta un datore di lavoro di massa: l’agroalimentare rappresentava ancora il 20,6% delle esportazioni a metà 2025, nonostante diversi anni di siccità.
Le zone d’ombra
Il rango continentale non deve nascondere le fragilità. Rapportato alla popolazione, il PIL resta modesto: 5.107 dollari pro capite nel 2026, il livello di un Paese a reddito medio. Il Regno soffre di una disoccupazione strutturale, in particolare tra i giovani laureati, e la crescita resta legata alle piogge, che condizionano i raccolti. La dipendenza dal mercato europeo, infine, espone il Paese a ogni rallentamento del suo primo cliente.
La scommessa marocchina consiste proprio nel trasformare queste vulnerabilità in un trampolino. La Carta degli investimenti punta ad attrarre 55 miliardi di dollari di capitali privati, facendo leva su industrie verdi, manifattura ad alto valore aggiunto e sviluppo delle regioni oltre l’asse Casablanca-Rabat. I Mondiali di calcio del 2030, organizzati con Spagna e Portogallo, ne saranno la vetrina.
Il quinto posto non è dunque un punto d’arrivo. È la prova che in Africa un’economia può crescere senza petrolio, a condizione di scegliere i propri mercati, i propri partner e le proprie fabbriche.