La questione decisiva della guerra in Ucraina non riguarda la legittimità della resistenza di Kiev, ma il rapporto tra obiettivi politici e mezzi disponibili. La distinzione è essenziale: riconoscere il diritto di uno Stato a difendersi non dimostra che esso possa riconquistare tutti i territori perduti e, al tempo stesso, constatare i limiti della sua capacità militare non significa legittimare l’aggressione. L’analisi strategica comincia dove il giudizio normativo, pur necessario, non basta a definire una condotta. Occorre stabilire quali risultati siano conseguibili, a quali costi e con quali rischi.
Il conflitto presenta una possibile asimmetria tra resistenza e vittoria. L’Ucraina può impedire alla Russia di conseguire i suoi obiettivi massimi senza possedere i mezzi per imporle una sconfitta decisiva. Mosca può continuare la guerra senza riuscire a tradurre la propria superiorità materiale nella subordinazione politica di Kiev. Quando queste condizioni si consolidano, la prosecuzione delle ostilità non produce necessariamente un avvicinamento alla soluzione. Può riprodurre un equilibrio distruttivo nel quale ciascuna parte conserva risorse sufficienti per negare la vittoria all’altra, ma insufficienti per determinarne la resa. È quella che potremmo definire trappola di Clausewitz: senza sbocco politico, la guerra va avanti ad oltranza senza obiettivi definiti.
È entro questo quadro che va interpretata la ricerca americana di un negoziato. La disponibilità a trattare con Mosca non equivale, di per sé, a un riallineamento strategico in favore della Russia. Può esprimere la volontà di convertire uno stallo militare in una sistemazione politica, preservando l’indipendenza dell’Ucraina e limitando l’esposizione degli Stati Uniti. Per Washington, sostenere Kiev ed evitare una guerra diretta con una potenza nucleare sono obiettivi distinti, da perseguire contemporaneamente. Il problema emerge quando i mezzi compatibili con il secondo non bastano a realizzare integralmente il primo.
Da questa tensione deriva una continuità strutturale che le differenze tra amministrazioni possono oscurare. Fornire armamenti e intelligence, escludendo l’impiego diretto di forze americane, significa fissare un limite al sostegno. Cambiano il linguaggio, la distribuzione degli oneri e la pressione esercitata sugli alleati; permane il vincolo fondamentale. Nessuna strategia può essere valutata soltanto attraverso la fermezza delle dichiarazioni. Deve essere misurata sulle risorse impegnate e sui rischi accettati. Una promessa politica priva dei mezzi necessari può rafforzare la resistenza nell’immediato, ma rendere più difficile la definizione di obiettivi sostenibili.
In questa logica, la pressione sul governo ucraino costituisce un tentativo di ridurre la distanza tra finalità dichiarate e risultati ottenibili. È anche un esercizio di potere all’interno di una relazione asimmetrica: chi fornisce risorse indispensabili dispone di una leva sulle scelte del beneficiario. Tale leva incontra però limiti precisi. Un accordo imposto senza considerare la sicurezza e la legittimazione interna dell’Ucraina potrebbe risultare politicamente fragile. Il consenso di Kiev non è soltanto una questione di principio: è una condizione pratica della tenuta di qualsiasi sistemazione.
Anche le aperture economiche verso Mosca possono essere lette come strumenti negoziali. Commercio, investimenti e prospettive di normalizzazione servono a modificare il calcolo dei costi e dei benefici della prosecuzione della guerra. Un’intesa settoriale può avere un valore diplomatico superiore alla sua dimensione economica, perché verifica la disponibilità della controparte e rende visibili i vantaggi della cooperazione. Ma gli incentivi non sostituiscono la deterrenza. Se i benefici vengono concessi senza obblighi verificabili, il negoziato rischia di premiare la capacità di prolungare il conflitto anziché favorirne la conclusione.
La stessa cautela vale per le rotture pubbliche e le minacce di abbandonare il tavolo. Nel negoziato, mostrare di poter rinunciare all’accordo serve a migliorarne le condizioni. Non ogni irrigidimento annuncia dunque un mutamento strategico. Tuttavia, la teatralità della pressione può produrre effetti autonomi: indebolire la fiducia degli alleati, alimentare aspettative nell’avversario, restringere lo spazio del compromesso. Il linguaggio negoziale non opera fuori dalla strategia. Contribuisce a costruire le percezioni sulle quali gli attori fondano le proprie decisioni.
Per l’Europa, il problema consiste nel rapporto tra ambizione politica e capacità di sostenerla. Contestare un compromesso è una posizione strategicamente compiuta soltanto se accompagnata dall’indicazione dei mezzi necessari a ottenere un risultato migliore. Ciò non riduce il contributo europeo all’alternativa tra intervento diretto e irrilevanza: aiuti militari, capacità industriale, sostegno finanziario e garanzie di sicurezza incidono sulla posizione negoziale ucraina. Impone però di chiarire quali impegni possano essere mantenuti nel tempo.
Il discrimine, infine, non passa tra guerra e negoziato, ma tra accordi capaci di stabilizzare il conflitto e intese che ne rinviano la ripresa. Un cessate il fuoco non coincide con una pace durevole. Contano la verificabilità degli obblighi, la difendibilità dei confini, le conseguenze delle violazioni e la credibilità dei garanti. Il realismo non prescrive concessioni a ogni costo: richiede che anche il compromesso sia sottoposto a un esame dei rapporti di forza. La sua misura non è la firma di un documento, ma la capacità di rendere una nuova aggressione meno conveniente della sua rinuncia.
L'editoriale del Prof. Lorenzo Castellani, Associate Professor of History of Political Institutions - LUISS Guido Carli University