L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran non è l’ennesimo episodio lontano, ma il segnale di un ambiente internazionale sempre più inospitale per Paesi come l’Italia, medie potenze fondate su un’economia di trasformazione e su catene del valore lunghe, aperte e fragili. Il nuovo ordine a blocchi, armato e instabile, favorisce chi controlla materie prime, tecnologie critiche, rotte e forza militare; penalizza chi, come Roma, importa energia, trasforma ed esporta manufatti ad alto valore ma con margini sempre più compressi.
Nel Mediterraneo allargato questo è subito evidente. Le tensioni nel Golfo e nello stretto di Hormuz colpiscono choke point da cui transitano quote decisive del petrolio e del gas liquefatto mondiali, con effetti immediati su prezzi energetici, costi di trasporto e premi assicurativi. Per un sistema manifatturiero come quello italiano – dove meccanica, auto, chimica e agroalimentare dipendono da input energetici importati – ogni shock erode competitività, margini e spazio fiscale, in un’economia che ha già consumato buona parte delle proprie rendite di posizione sul mercato interno.
La guerra investe anche la logistica mediterranea. Se l’area tra Mar Rosso, Suez e Golfo Persico diventa instabile e costosa da assicurare, le grandi compagnie riorganizzano rotte e catene di fornitura, deviando traffici su corridoi più lunghi ma più sicuri, spesso a Nord dell’Europa. I porti italiani – da Genova a Trieste fino ai terminal del Sud che ambivano a essere piattaforme euromediterranee – rischiano di restare esposti ai rischi senza beneficiare appieno dei flussi, mentre si consolida un’Europa logistica che passa altrove, lungo assi ferroviari e marittimi che marginalizzano il Mediterraneo centrale.
In questo contesto, l’essere “media potenza di trasformazione” smette di essere una nicchia virtuosa e diventa una vulnerabilità sistemica. L’Italia non controlla le fonti energetiche, non presidia autonomamente i principali snodi marittimi extra-NATO, non detta standard tecnologici globali; eppure vive di export manifatturiero, basato su distretti che hanno prosperato nella stagione della globalizzazione aperta, dell’energia a buon mercato, delle rotte sicure.
Quando il sistema si organizza in blocchi caldi attorno a nuove guerre, forniture energetiche e corridoi commerciali vengono politicizzati: ogni crisi produce un aumento dei costi di input, un restringimento degli sbocchi e una maggiore dipendenza dalle decisioni delle grandi potenze che garantiscono – o negano – la sicurezza delle rotte.
In questa cornice, l’interpretazione di Niall Ferguson è rivelatrice. La guerra contro l’Iran viene concepita come operazione “nell’interesse dell’America”: un atto di decapitazione strategica contro un regime ostile, ma anche un messaggio a Russia e Cina sul mantenimento della superiorità militare e tecnologica statunitense e sulla capacità di colpire chi sfida l’ordine voluto da Washington. L’obiettivo è ricostruire credibilità deterrente dopo anni di ritirate e ambiguità, spezzando un potenziale asse di potenze revisioniste.
Per una media potenza europea, però, l’interesse americano non coincide automaticamente con l’interesse nazionale: una strategia pensata per riaffermare l’egemonia di Washington può tradursi in più instabilità regionale, più rischi sulle rotte e meno garanzie effettive per gli alleati periferici.
L’impatto politico interno in Italia non sarà immediato. Il governo Meloni ha pochi margini: sosterrà apertamente Stati Uniti e Israele, resterà nel solco atlantico e userà la retorica della responsabilità occidentale per giustificare il posizionamento. Nel breve periodo, la presenza italiana nella missione Aspides nel Mar Rosso – presentata come difesa della libertà di navigazione e degli interessi commerciali nazionali – offrirà visibilità a basso costo politico, una proiezione “tecnica” che consente di presidiare il Mediterraneo allargato senza dichiarare un coinvolgimento diretto nel conflitto.
Nel medio periodo, però, l’ambiente strategico generato da questa guerra spingerà lo Stato a spendere di più in difesa, per impegni NATO e UE e per proteggere rotte, infrastrutture e spazio aereo. In un Paese con finanza pubblica fragile, ogni decimale di PIL aggiuntivo destinato al militare sottrae risorse ad altre politiche e rende più visibile il legame tra sicurezza esterna e sacrifici interni. Il punto di frattura potrebbe arrivare se Washington chiedesse non solo sostegno politico e missioni navali, ma un coinvolgimento più diretto in operazioni contro l’Iran: la media potenza di trasformazione si troverebbe davanti a una scelta esplosiva, obbedire pagando un prezzo politico domestico alto o resistere mettendo a rischio il proprio credito dentro l’alleanza.
Questa sfida non riguarda solo gli equilibri macro dello Stato, ma entra direttamente nei bilanci delle piccole e medie imprese italiane. Le PMI – cuore dell’economia di trasformazione – sono le più esposte a un ambiente fatto di energia più cara, noli marittimi volatili, tempi di consegna incerti, premi assicurativi crescenti su merci e rotte. Hanno meno capacità delle grandi multinazionali di coprirsi dai rischi, rinegoziare contratti globali, diversificare fornitori e mercati: ogni shock medio-orientale si traduce per loro in margini erosi, listini difficili da aggiornare, investimenti rinviati.
L’instabilità del Mediterraneo allargato colpisce in modo particolare quelle filiere che lavorano just-in-time, esportano in aree extra-UE o dipendono da componentistica e materie prime che arrivano via mare. Le imprese che avevano scommesso su una logistica veloce e prevedibile si trovano ora a gestire ritardi, costi extra e pressioni competitive di produttori di altri blocchi, magari più vicini alle fonti energetiche o meglio protetti dai rispettivi Stati.
Per il capitalismo italiano di distretto, la vera linea del fronte passa qui: nella capacità di sopravvivere in una geoeconomia più dura, dove l’aggiustamento non è più garantito da cambio e sussidi, ma dalla resilienza di aziende medie chiamate a reggere un mondo pensato sempre meno per loro.
L'editoriale di Lorenzo Castellani, Tenure Track Researcher Assistant Professor LUISS Guido Carli