L’ossessione americana per la Groenlandia non è una bizzarria da meme trumpiano, ma il sintomo di una ridefinizione materiale dell’agire politico. In gioco non c’è solo la sovranità formale di un territorio danese, ma la riorganizzazione delle basi industriali, energetiche e militari che reggono la potenza degli Stati Uniti e dei loro alleati. L’Artico diventa lo spazio in cui si intrecciano corridoi polari, radar, cavi sottomarini e soprattutto miniere di minerali critici: la vera valuta di riserva della competizione globale.
Dal 1951 un accordo di difesa tra Washington e Copenaghen consente agli Stati Uniti di mantenere basi e infrastrutture militari in Groenlandia, a partire dall’allora Thule Air Base, oggi perno di allerta precoce e sorveglianza nello scenario artico. Quel trattato, concepito nel pieno della Guerra fredda, è ancora in vigore e permette un’ampia libertà di manovra militare senza toccare la sovranità formale del territorio. Il paradosso è che la retorica americana sulla necessità di “ottenere” la Groenlandia esplode proprio mentre il quadro giuridico già garantisce accesso e continuità operativa: segno che il cuore del problema non è più solo militare, ma sistemico.
È per questo che lo scenario più plausibile non è né un’invasione americana né un’acquisizione in stile Alaska, ma la negoziazione di un nuovo quadro pattizio che aggiorni il vecchio accordo di difesa. Washington ha interesse a formalizzare in un unico strumento giuridico ciò che oggi è sparso tra pratica militare, intese tecniche e iniziative economiche: basi, diritti di sorvolo, infrastrutture a doppio uso, accesso ai giacimenti, regole sugli investimenti e sui partner extra-occidentali. Un “nuovo trattato sulla Groenlandia” consentirebbe agli Stati Uniti di blindare nel lungo periodo la propria presenza artica e ai governi danese e groenlandese di presentare l’intesa come una modernizzazione paritaria, non come una cessione di sovranità, riducendo il costo politico interno e le frizioni dentro la NATO.
Con il riscaldamento globale, infatti, l’Artico passa da periferia glaciale a crocevia di rotte commerciali e digitali: è la via più breve tra Russia e Stati Uniti, ma soprattutto un futuro hub di cavi, infrastrutture logistiche, operazioni di intelligence e pattugliamenti. Controllare quell’area significa anticipare, osservare, intercettare. La base groenlandese non è un residuo della Guerra fredda, bensì un’infrastruttura aggiornabile per difesa missilistica, sorveglianza spaziale, gestione di droni e forze navali: un pezzo di architettura strategica che tiene insieme deterrenza nucleare e controllo delle nuove rotte artiche.
Ma la vera cesura rispetto al passato è scritta nella geologia. La Groenlandia è un grande deposito di terre rare e minerali critici, il tipo di risorse che decide chi può produrre batterie, turbine eoliche, microchip avanzati, sensori militari, sistemi per telecomunicazioni e intelligenza artificiale. È il prolungamento artico di una partita già vista nel caso venezuelano: sotto la superficie della politica estera classica si muove la lotta per il controllo di giacimenti che plasmano intere filiere industriali, dal greggio ai minerali “verdi”. In Venezuela la combinazione tra petrolio, oro e metalli ha trasformato il Paese in campo di battaglia geoeconomico; in Groenlandia lo stesso copione riappare con terre rare e elementi per l’economia elettrica e digitale al posto del petrolio pesante.
Negli ultimi anni Washington ha iniziato a dare a questa intuizione una traduzione normativa e finanziaria. Le autorità federali hanno definito liste di minerali critici e materiali essenziali, legandoli esplicitamente alla sicurezza nazionale e alla resilienza industriale. Le grandi leggi industriali dell’ultimo ciclo – dalla politica climatica agli incentivi per la manifattura avanzata – contengono misure per l’estrazione e la lavorazione domestica di litio, nichel e altri minerali per batterie ed economia verde, spesso facendo leva anche sui poteri del Defense Production Act. In parallelo, il Congresso discute e costruisce strumenti per creare vere e proprie “riserve strategiche” di minerali, con fondi dedicati ad accumulare litio, nichel e terre rare allo scopo di stabilizzare i prezzi e sostenere la nascita di una filiera americana.
Questa infrastruttura di leggi, incentivi fiscali, fondi pubblici, partnership pubblico-privato e poteri d’emergenza mostra come i minerali non siano più un’appendice tecnica, ma il centro della nuova ragion di Stato americana. Non sorprende, quindi, che la proiezione vada oltre i confini nazionali: l’interesse per i giacimenti groenlandesi è accompagnato da linee di credito, garanzie pubbliche e partecipazioni in progetti locali, con l’obiettivo di sottrarre l’isola all’orbita cinese e integrarla nella catena del valore occidentale. Qui la logica è identica a quella sperimentata in America Latina: usare finanza, credito all’export e accordi bilaterali per trasformare giacimenti “periferici” in estensioni funzionali della base industriale americana.
La logica di fondo è sempre la stessa: ridurre la dipendenza da avversari sistemici e accorciare le catene di approvvigionamento critiche. Se per il petrolio il nodo era la vulnerabilità agli shock dei prezzi e ai colli di bottiglia marittimi, per i minerali la minaccia è la concentrazione della raffinazione e della trasformazione in poche mani, soprattutto cinesi. Da qui la volontà di costruire filiere “China-free”, in cui l’Artico – e la Groenlandia in particolare – diventano un laboratorio di autonomia strategica che ricorda, in chiave mineraria, il vecchio schema delle Sette Sorelle del greggio.
Per l’Europa la questione è ancora più delicata. La sicurezza del fianco settentrionale, la difesa missilistica e l’ombrello strategico americano restano condizioni di sopravvivenza, ma la stessa Groenlandia è potenzialmente uno dei pilastri della sicurezza industriale europea, se si pensa al fabbisogno di terre rare per transizione energetica, automotive e tecnologie dual use. L’Unione tenta di costruire una propria politica sulle materie prime critiche e accordi transatlantici sui minerali, ma l’asimmetria di potere resta evidente: gli Stati Uniti hanno già messo in campo strumenti legislativi, finanziari e militari integrati, mentre l’Europa insegue con strumenti frammentati.
La vera alternativa, che fatica ad emergere, sarebbe un quadro cooperativo che riconosca esplicitamente la natura comune di questi interessi: difesa artica, controllo delle rotte, sviluppo condiviso dei giacimenti, regole chiare sulla partecipazione di attori esterni come Cina e Russia. In assenza di questo, il rischio è che la Groenlandia diventi ciò che il Venezuela è stato per l’ordine interamericano: un dossier dove il linguaggio dei diritti e della democrazia maschera una competizione feroce per le risorse, alimentando fratture politiche e disallineamenti strategici. L’Artico è il luogo in cui si vede con maggiore nitidezza la trasformazione della potenza: contano meno le bandiere sugli edifici istituzionali e molto di più la capacità di controllare ciò che sta sotto la superficie – il sottosuolo, le infrastrutture, le catene del valore – dopo il secolo del petrolio.
L'editoriale del Prof. Lorenzo Castellani, Tenure Track Researcher Assistant Professor LUISS Guido Carli