L’economia greca ha ormai superato la fase dell’emergenza finanziaria. Dopo oltre un decennio segnato dalla crisi del debito sovrano, dai programmi di salvataggio e dalle politiche di austerità, il Paese presenta oggi una crescita superiore alla media dell’Eurozona, conti pubblici in avanzo, un sistema bancario più solido e una crescente capacità di attrarre capitali internazionali.
Il risanamento, tuttavia, non coincide ancora con una piena trasformazione economica. Il debito pubblico rimane elevato, l’inflazione continua a comprimere il potere d’acquisto e il disavanzo con l’estero mostra come la Grecia dipenda ancora fortemente dalle importazioni. La sfida decisiva consiste quindi nel convertire la stabilità finanziaria e i fondi europei in produttività, capacità industriale ed esportazioni.
Nel 2025 il PIL reale greco è aumentato del 2,1%, contro una crescita dell’1,4% nell’area euro. Si è trattato del quinto anno consecutivo in cui la Grecia ha registrato una performance superiore alla media dell’Eurozona, sostenuta soprattutto dagli investimenti e dai consumi privati. Nello stesso periodo, la disoccupazione è scesa all’8,9%, il valore più basso degli ultimi sedici anni.
Per il 2026 le previsioni rimangono positive, anche se indicano un rallentamento:
La crescita dell’economia Grecia dovrebbe quindi rimanere superiore a quella di molte economie europee, ma sarà meno intensa rispetto alla fase immediatamente successiva alla pandemia.
Il dato più rilevante non è soltanto il ritmo di crescita, ma la sua composizione. La capacità di mantenere un’espansione vicina al 2% dipenderà sempre meno dalla spesa pubblica straordinaria e sempre più dagli investimenti produttivi, dalla crescita dei salari reali, dall’occupazione e dalle esportazioni.
Il miglioramento più evidente riguarda il debito pubblico. Nel 2025 il rapporto tra debito e PIL è sceso al 146,1%, circa 65 punti percentuali in meno rispetto al picco raggiunto nel 2020.
Secondo la Commissione europea, il debito dovrebbe diminuire:
Il Fondo monetario internazionale presenta una previsione ancora più favorevole, indicando un rapporto debito/PIL vicino al 136,6% nel 2026. Le differenze dipendono dalle metodologie, dalle ipotesi macroeconomiche e dalle date di elaborazione delle previsioni.
La riduzione è sostenuta da tre fattori principali: crescita nominale del PIL, consistenti avanzi primari e gestione prudente delle scadenze. La Commissione prevede per il 2026 un saldo pubblico positivo pari allo 0,8% del PIL, mentre l’avanzo primario dovrebbe rimanere superiore al 3,5%.
La Grecia beneficia inoltre di una struttura del debito particolarmente favorevole. La lunga durata media delle passività, l’elevata presenza di creditori istituzionali e la prevalenza di tassi fissi limitano l’esposizione immediata all’aumento del costo del denaro.
Il debito resta comunque uno dei più elevati d’Europa. La sua sostenibilità dipenderà dalla capacità del Paese di mantenere avanzi primari senza comprimere gli investimenti pubblici, la formazione, la sanità e le infrastrutture.
Uno dei principali elementi di fragilità dell’economia Grecia è rappresentato dall’inflazione.
La Commissione europea prevede un aumento dei prezzi del 3,7% nel 2026, mentre la Banca di Grecia indica un valore vicino al 3,8%, in crescita rispetto al 2,9% registrato nel 2025. L’inflazione dovrebbe successivamente ridursi al 2,4-2,6% nel 2027.
Le pressioni derivano principalmente dai prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari, dalla crescita della domanda interna e dalla dipendenza del Paese dalle importazioni energetiche.
La Grecia cresce più della media europea, ma registra anche un differenziale inflazionistico più elevato. Questo significa che una parte dell’aumento nominale dei salari e del PIL rischia di essere assorbita dal costo della vita, soprattutto per le famiglie a basso reddito e per quelle che sostengono spese elevate per abitazione ed energia.
La riduzione della disoccupazione costituisce uno dei risultati più importanti della ripresa. Dopo aver superato il 25% durante la crisi del debito, il tasso è sceso all’8,9% nel 2025 e potrebbe avvicinarsi ulteriormente alla media europea.
Il miglioramento del mercato del lavoro ha interessato anche donne e giovani, contribuendo alla crescita dei consumi e delle entrate fiscali.
Il problema strutturale riguarda però la produttività. La Grecia continua a registrare carenze di personale qualificato nei settori digitale, ingegneristico, sanitario, edilizio e turistico. A questo si aggiungono l’invecchiamento della popolazione e la riduzione della forza lavoro disponibile.
Senza una crescita della produttività per occupato, il miglioramento dell’occupazione potrebbe non essere sufficiente a sostenere nel lungo periodo salari reali più elevati e una crescita economica superiore al 2%.
Il risanamento del sistema bancario rappresenta un altro elemento centrale della trasformazione economica.
Alla fine del 2025 il rapporto tra crediti deteriorati e prestiti complessivi era sceso al 3,3%, il livello più basso dall’ingresso della Grecia nell’euro. Nello stesso anno i gruppi bancari greci hanno registrato utili netti per 4,7 miliardi di euro, rispetto ai 4,2 miliardi del 2024.
Il coefficiente patrimoniale CET1 si è attestato al 15,3%, mentre il Total Capital Ratio ha raggiunto il 19,7%.
La diminuzione dei crediti problematici ha ridotto il rischio sistemico e restituito alle banche la capacità di finanziare imprese e famiglie. La questione centrale non è più soltanto la stabilità degli istituti, ma la destinazione del credito.
Per rafforzare l’economia Grecia, i finanziamenti dovranno sostenere maggiormente PMI esportatrici, innovazione, digitalizzazione, reti energetiche, logistica e investimenti industriali, evitando una nuova concentrazione eccessiva nel settore immobiliare.
Il piano nazionale greco “Greece 2.0” mette a disposizione complessivamente 35,95 miliardi di euro, suddivisi in:
Il piano comprende 100 investimenti e 76 riforme. Entro la primavera del 2026 la Grecia aveva ricevuto circa 24,6 miliardi, pari al 68,5% della dotazione complessiva, completando il 53% degli obiettivi e delle milestone previste.
Le risorse dovrebbero mobilitare oltre 60 miliardi di euro di investimenti complessivi entro agosto 2026, grazie al coinvolgimento delle banche e del capitale privato.
Il Recovery Fund ha sostenuto digitalizzazione, transizione energetica, infrastrutture, riqualificazione degli edifici e modernizzazione della pubblica amministrazione. Tuttavia, la vera verifica arriverà dopo il 2026.
La qualità dell’intervento non potrà essere misurata soltanto dalla percentuale di fondi utilizzati. Sarà necessario valutare quanti progetti saranno in grado di generare ricavi, produttività, esportazioni e occupazione qualificata anche dopo la conclusione dei finanziamenti europei.
La maggiore fiducia internazionale è confermata dall’andamento degli investimenti diretti esteri.
Nel 2025 gli investimenti esteri in entrata hanno raggiunto il massimo storico di 12 miliardi di euro, pari a circa il 5% del PIL. Nei primi cinque mesi del 2026 i flussi riconducibili agli investimenti diretti dei non residenti in Grecia erano già pari a circa 6,1 miliardi.
Il dato rappresenta un segnale importante, ma deve essere interpretato con attenzione. Non tutti gli investimenti esteri producono lo stesso effetto economico.
Le acquisizioni immobiliari, le privatizzazioni e gli investimenti nell’ospitalità aumentano l’afflusso di capitali, ma non necessariamente ampliano la capacità produttiva. Gli investimenti più strategici sono quelli che generano nuovi impianti, ricerca, innovazione, occupazione qualificata, fornitori locali ed esportazioni.
Porti, logistica, energia, turismo, farmaceutica, agroalimentare e servizi digitali sono i settori che offrono le maggiori opportunità. La posizione geografica consente inoltre alla Grecia di proporsi come piattaforma tra Unione europea, Balcani e Mediterraneo orientale.
Il punto debole dell’economia Grecia rimane il disavanzo delle partite correnti. Le stime per il 2026 lo collocano tra il 6% e il 7% del PIL, mostrando una persistente differenza tra quanto il Paese importa e quanto riesce a esportare.
Una parte del deficit deriva dall’importazione di energia e beni capitali destinati agli investimenti. In questo caso lo squilibrio può essere temporaneamente sostenibile, soprattutto quando le importazioni contribuiscono a costruire nuova capacità produttiva.
Il problema emerge quando i capitali finanziano prevalentemente consumi, immobili o attività con un basso contributo all’export. Per ridurre il deficit esterno, la Grecia dovrà ampliare la propria base manifatturiera, aumentare il valore aggiunto dei servizi e ridurre la dipendenza energetica.
I dati mostrano un cambiamento profondo. La Grecia non è più l’economia associata al rischio di default e all’uscita dall’euro. Il PIL cresce più della media europea, il debito diminuisce, i conti pubblici sono in avanzo, le banche sono tornate redditizie e gli investimenti esteri hanno raggiunto livelli record.
La nuova fase presenta però obiettivi più complessi. Dopo aver riconquistato la stabilità, il Paese deve aumentare la produttività, rafforzare le esportazioni e ridurre la dipendenza dai fondi pubblici e dalle importazioni.
Il passaggio decisivo sarà quello dal risanamento alla trasformazione: convertire i fondi europei in capitale produttivo, gli investimenti esteri in capacità industriale, le infrastrutture in reti integrate e la crescita dell’occupazione in un aumento duraturo dei salari reali.
La traiettoria dell’economia Grecia resta positiva, ma il successo del prossimo decennio dipenderà meno dalla riduzione dello spread e più dalla qualità degli investimenti realizzati entro e dopo il 2026.