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Dalla cortina di ferro a quella tecnologica: i fondamenti del nuovo ordine globale

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 Trasformazione della competizione: il ruolo della tecnologia strategica

La competizione tra Stati Uniti e Cina ha assunto una natura prevalentemente strategico-tecnologica. La leva principale è l’accesso a tecnologie abilitanti e la capacità di controllarne la circolazione lungo l’intera catena del valore. In questo quadro, i semiconduttori avanzati, gli strumenti di produzione, il software di progettazione e le competenze industriali associate costituiscono asset di sicurezza nazionale.

La conseguenza istituzionalmente rilevante è l’integrazione strutturale fra politiche industriali, politiche di sicurezza e politica estera. La tecnologia viene trattata come infrastruttura critica: la sua disponibilità e il suo controllo incidono direttamente su capacità militari, competitività economica, resilienza dei sistemi produttivi e sovranità digitale.

Strumenti di interdizione e logica di “rischio autorizzativo”

Gli Stati tendono a utilizzare strumenti regolatori per influenzare la traiettoria tecnologica dell’avversario. Nel caso statunitense, l’impostazione mira a limitare l’export e l’accesso a chip ad alte prestazioni e a componenti o know-how necessari per il supercalcolo, l’intelligenza artificiale e applicazioni a duplice uso (cioè impiegabili sia in ambito civile sia militare). L’obiettivo operativo è aumentare il costo e il tempo di sviluppo di capacità tecnologiche critiche per l’altra parte.

La Cina, per contro, dispone di leve lungo la parte “a monte” delle filiere, in particolare su materiali e input strategici difficilmente sostituibili nel breve periodo. L’introduzione di limiti o licenze sull’export di specifici metalli critici (come gallio e germanio) produce un effetto di “rischio autorizzativo”, ossia incertezza legata a permessi, tempi di rilascio, revocabilità e discrezionalità. Questo tipo di rischio, anche senza un blocco totale, può rallentare produzioni, alterare prezzi e spingere le imprese a riallocare investimenti.

Taiwan come punto di concentrazione e rischio sistemico

La produzione di semiconduttori avanzati presenta un’elevata concentrazione geografica e industriale. Taiwan, attraverso l’ecosistema produttivo guidato da TSMC, costituisce un nodo di capacità difficilmente replicabile nel breve periodo. Per “chip avanzati” si intendono semiconduttori prodotti con processi altamente miniaturizzati, essenziali per dispositivi consumer, data center, intelligenza artificiale e sistemi avanzati di difesa.

In termini istituzionali, la centralità di Taiwan configura un rischio sistemico globale: un’interruzione prolungata della produzione o della logistica associata determinerebbe shock simultanei su settori civili e militari, con effetti a cascata su produttività, innovazione e continuità operativa delle infrastrutture digitali. La stessa concentrazione genera una dinamica ambivalente: rafforza la deterrenza per il costo globale di un conflitto, ma accresce anche l’interesse strategico ad acquisire controllo, influenza o capacità alternative.

Frammentazione dell’ordine tecnologico: “decoupling” e standard concorrenti

L’evoluzione in corso tende a una separazione progressiva degli ecosistemi tecnologici. Con “decoupling” si intende un disaccoppiamento strutturale di filiere, mercati e piattaforme, tale da ridurre l’interdipendenza tra sistemi tecnologici concorrenti. Il disaccoppiamento non avviene in modo uniforme, ma produce convergenze selettive (dove l’interdipendenza resta inevitabile) e separazioni accelerate (dove la sicurezza nazionale viene priorizzata).

Questa dinamica può tradursi in standard concorrenti e in scelte infrastrutturali che non sono neutrali. La selezione di fornitori per reti, cloud, componentistica e piattaforme di intelligenza artificiale diventa parte delle politiche di alleanza e delle posture di sicurezza. Ne deriva una riduzione dell’interoperabilità e una maggiore difficoltà per Paesi terzi nel mantenere una postura equidistante: la dipendenza tecnologica tende a produrre dipendenza geopolitica.

Temporalità del rischio e asimmetria dei tempi industriali

Il rischio geopolitico, in particolare nello Stretto di Taiwan, si intreccia con un elemento strutturale: la costruzione di capacità alternative richiede tempi lunghi. Le nuove fabbriche di semiconduttori, le filiere di attrezzature, l’energia, l’acqua industriale, il personale qualificato e la fase di qualificazione produttiva (raggiungimento di rese e qualità stabili) impongono cicli pluriennali. Questo crea una finestra in cui la dipendenza da nodi concentrati persiste mentre aumentano le tensioni strategiche.

In termini istituzionali, ciò implica che molte politiche di riduzione del rischio (diversificazione, rilocalizzazione, incentivi industriali) hanno effetti differiti. Nel breve periodo, la vulnerabilità resta elevata; nel medio periodo, cresce il costo di transizione; nel lungo periodo, può emergere un nuovo equilibrio, ma con efficienza inferiore rispetto alla globalizzazione tecnologica integrata.

Risposte industriali: reshoring, friend-shoring e scorte strategiche

Le imprese e i settori più esposti tendono a adottare misure di continuità operativa: contratti di lungo periodo, scorte di componenti critici, diversificazione di fornitori e rafforzamento della tracciabilità. Parallelamente, gli Stati promuovono il “reshoring” (rientro di produzioni sul territorio nazionale) e il “friend-shoring” (rilocalizzazione in Paesi alleati o percepiti affidabili). Questi processi aumentano la resilienza, ma comportano costi più elevati, riduzione delle economie di scala e maggiore complessità regolatoria.

Impatti macroeconomici: “inflazione tecnologica strutturale” e costo della compliance

La frammentazione delle filiere comporta un incremento dei costi unitari e dei costi di coordinamento. La duplicazione di capacità, la necessità di certificazioni parallele, la maggiore ridondanza logistica e l’aumento del costo del capitale per rischio geopolitico possono generare una forma di “inflazione tecnologica strutturale”, cioè pressioni sui prezzi legate da un assetto produttivo meno efficiente.

A ciò si aggiunge il costo della “compliance”, cioè l’insieme di processi organizzativi necessari per rispettare sanzioni, controlli export, obblighi di due diligence e tracciabilità. In filiere complesse e multilivello, il rischio di violazioni involontarie aumenta, e con esso l’esigenza di funzioni interne dedicate, audit e verifiche su partner e intermediari.

Nel quadro ipotizzato, vengono prospettati incrementi dei prezzi “oltre il 10%” per molti prodotti tecnologici nei prossimi anni. In ottica istituzionale è corretto trattare questo ordine di grandezza come indicatore di direzione, non come previsione puntuale: l’entità effettiva dipende dalla durata delle restrizioni, dalla velocità con cui si attivano capacità alternative e dal grado di sostituibilità degli input.

Resta però un nesso causale robusto: se ogni dispositivo incorpora semiconduttori, allora ogni attrito sulla filiera dei semiconduttori si trasmette ai prezzi finali e agli investimenti. Un secondo effetto, meno immediato ma potenzialmente più rilevante, è il rallentamento dell’innovazione: la frammentazione riduce collaborazione e aumenta duplicazione di sforzi, innalzando il costo marginale del progresso tecnologico.

 Ruolo degli intermediari e business ibridi

In un contesto di blocchi contrapposti, emerge una funzione spesso sottovalutata: l’intermediazione regolatoria. Non è solo intermediazione commerciale o logistica; è capacità di rendere praticabile la continuità delle forniture dentro vincoli normativi e autorizzativi complessi e spesso mutevoli.

In questa cornice si collocano modelli di business ibridi: operatori che, da un lato, costruiscono joint venture o partnership con controparti cinesi per ottenere licenze locali all’esportazione; dall’altro, presidiano la conformità sul versante occidentale rispettando i regimi sanzionatori e di controllo. Il riferimento operativo, in ambito statunitense, è spesso l’OFAC (Office of Foreign Assets Control), l’ufficio del Dipartimento del Tesoro USA competente per sanzioni economiche e programmi restrittivi: “essere conformi a OFAC” significa evitare transazioni e supply chain che ricadano in divieti, restrizioni, liste di soggetti designati o obblighi di autorizzazione.

Esempi di soggetti richiamati come attori di questo spazio intermedio sono Bethar (italiana), Elkem (norvegese) e FerroAtlàntica (spagnola). Il loro ruolo, in questa logica, è agire come “filtri” tra blocchi, trasformando un vincolo geopolitico in un processo governabile: gestire burocrazia, licenze, trasformazioni industriali e classificazioni dei prodotti in modo da ridurre il rischio di blocco amministrativo e consentire alle filiere occidentali di non interrompersi. In termini tecnici, l’espressione “arbitraggio regolatorio” indica proprio questo: configurare la catena (anche tramite trasformazione in semilavorati) in modo conforme ai diversi regimi, senza elusione, ma tramite progettazione legale-industriale dei passaggi.

Articolo di Lorenzo Burno, Head of External Relations Delta