Una potenza industriale che esporta più di quanto consuma non è automaticamente una potenza sovrana. La farmaceutica italiana è la sesta al mondo per export, con il 6,3% del commercio globale, e nel 2025 ha toccato 69,2 miliardi di euro, in crescita del 28,5%, raggiungendo il massimo storico.
Una crescita che, tuttavia, espone fragilità. Tra dato commerciale e dato geopolitico esiste una distanza misurabile. L’industria farmaceutica italiana è territorialmente concentrata. Cinque regioni assorbono oltre l’80% dei 72.200 addetti del settore, con la Lombardia come baricentro produttivo e l’Emilia-Romagna come polo di ricerca e sviluppo, accanto a Lazio, Toscana e Veneto.
Su una produzione di 74 miliardi di euro nel 2025, l’export ne realizza 69,2: segnale di un’industria fortemente orientata verso l’esterno.
La tipologia produttiva è articolata: dalla sintesi chimica tradizionale alle biotecnologie, dai vaccini, comparto in saldo positivo, alle terapie avanzate e ai farmaci orfani per malattie rare. Gli investimenti in ricerca toccano 2,3 miliardi annui, pari al 18% del valore aggiunto del settore, e la produttività per addetto risulta doppia rispetto alla media manifatturiera.
Nella supply chain farmaceutica globale, l’Italia è un anello terminale ad alto valore aggiunto. La filiera produce farmaci finiti partendo da materie prime importate, con un surplus di 21,2 miliardi di euro.
La posizione resta tuttavia vulnerabile su due fronti:
La sovranità terapeutica dipenderebbe da entrambi questi fronti.
Negli ultimi quattro anni i mutamenti geopolitici hanno colpito le rotte di approvvigionamento. Lo Stretto di Hormuz, terzo shock logistico dopo Ucraina e Mar Rosso, ha visto tra febbraio e marzo 2026 i transiti commerciali crollare da circa 130 a 6 navi al giorno, con costi farmaceutici cumulati dagli shock intervenuti oltre il 50%.
Le importazioni italiane dalla Cina sono decuplicate nel 2025, con un aumento del 933,7%. Un balzo che rifletterebbe sia un accumulo preventivo di scorte, sia un possibile effetto dumping. A Bruxelles è pendente una denuncia formale su un antibiotico chiave, con prezzi cinesi inferiori del 47%.
Negli Stati Uniti, la Section 232, legge sulla sicurezza nazionale che autorizza dazi su prodotti strategici, applica una tariffa del 15% sui farmaci europei dal 31 luglio 2026 per le grandi imprese e dal 29 settembre per le PMI.
Diciassette multinazionali iscritte nell’Annex III, l’allegato che le esenta in cambio di 400 miliardi di dollari di investimenti USA, escono dal perimetro. La clausola Most Favored Nation ancora i prezzi USA al minimo europeo e, per non subirne ribassi interni, le case farmaceutiche rallentano i lanci in UE, scesi del 35-43%.
La risposta europea, il Critical Medicines Act, identifica oltre 270 farmaci da riportare in produzione nell’Unione Europea in oltre cinque anni, mentre gli shock agiscono ora.
L’accordo UE-India del gennaio 2026 sposta il problema di un livello senza rimuoverlo, perché l’India importa il 74% dei principi attivi dalla Cina.
Il BIOSECURE Act americano del dicembre 2025 esclude i produttori cinesi dagli appalti federali USA e potrebbe favorire indirettamente i contoterzisti italiani.
La Toscana ha registrato nel 2025 un balzo del 93% dell’export, espansione concentrata sul sito Eli Lilly di Sesto Fiorentino per il farmaco Mounjaro contro il diabete. Un’intera regione dipende così da una molecola e da un sito.
Ad Anagni, lo stabilimento Novo Nordisk mostra un effetto del meccanismo di esenzione: l’Annex III protegge il prodotto, ma diventa vettore di deflusso degli investimenti verso gli USA.
L’Italia è inoltre prima in Europa nella produzione conto terzi, CDMO, con il 24% del mercato e una specializzazione negli iniettabili sterili.
L’esposizione effettiva al dazio si concentra sui contoterzisti italiani che servono corporate non esentate, mentre chi serve le diciassette aziende dell’Annex III gode di protezione indiretta.
Tra ciclico e strutturale la linea è sottile. Il balzo del 28,5% nel 2025 apparirebbe in larga parte ciclico, riconducibile all’accumulo preventivo di scorte prima dell’entrata in vigore dei dazi, e agisce verosimilmente come effetto base sfavorevole sul 2026.
Il deflusso degli investimenti verso gli USA, la polarizzazione tra realtà protette dall’esenzione ed esposte al dazio, e la dipendenza dai biologici esteri appaiono invece strutturali e difficilmente reversibili.
Tre rischi vanno valutati separatamente:
Distinguerli è un esercizio di lucidità strategica, perché in una filiera terminale l’informazione anticipata trasforma l’incertezza in margine di manovra.
Articolo del Dottor Adriano Landi, Socio della Società Italiana di Intelligence (SOCINT)