L'8 marzo 2026, un drone iraniano colpiva un impianto di desalinizzazione nel Bahrein. Il giorno precedente, Teheran aveva accusato gli Stati Uniti di aver attaccato un impianto analogo sull'isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, interrompendo la fornitura idrica a trenta villaggi. A migliaia di chilometri di distanza, sul corso del Nilo Azzurro, la Grand Ethiopian Renaissance Dam operava a pieno regime dall'inaugurazione del settembre 2025, senza che alcun accordo vincolante sulla distribuzione delle acque fosse mai stato raggiunto con l'Egitto e il Sudan.
Due teatri distanti, due logiche apparentemente diverse. Eppure entrambi segnalano la stessa trasformazione strutturale: l'acqua non è semplicemente diventata una variabile geopolitica, lo è sempre stata. Ciò che si è enfatizzato nell’ultimo periodo è la natura e la scala del suo utilizzo come strumento di potere.
Per decenni, il Golfo Persico è stato definito dal petrolio. Ma esiste un'altra infrastruttura, meno visibile e altrettanto vitale, senza la quale le città moderne del Golfo semplicemente non potrebbero esistere: gli impianti di desalinizzazione (The Conversation, 2026).
I sei Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, come Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, sono tra i paesi con più mancanza d’acqua dolce al mondo. Effettivamente, nella Penisola Arabica non scorre alcun fiume permanente. Le scarse risorse idriche superficiali si limitano a corsi stagionali, i wadi, attivi soltanto durante le rare precipitazioni. Invece, la principale riserva alternativa, ossia le falde acquifere sotterranee, sono in progressivo esaurimento.
Il risultato di ciò è una dipendenza quasi totale dalla desalinizzazione: i paesi del Golfo producono circa il 40% dell'acqua dissalata mondiale attraverso oltre 400 impianti costieri, pur disponendo di soli 120 metri cubi pro capite annui di acqua dolce naturale, ben al di sotto della soglia di scarsità assoluta fissata dall'ONU a 500 metri cubi (AFP & Reuters, 2026). In Kuwait e Oman il 90% dell'acqua potabile proviene dalla desalinizzazione; in Arabia Saudita il 70%; in Qatar si supera il 99% (The Conversation, 2026). Senza questi impianti, città come Doha, Manama e Kuwait City non potrebbero esistere.
Questa dipendenza totale dalla desalinizzazione ha al tempo stesso prodotto una nuova forma di vulnerabilità. Gli impianti di desalinizzazione non sono infrastrutture sostituibili o aggirabili come i terminali petroliferi. Sono installazioni fisse, tecnicamente complesse, che richiedono elevati input energetici, membrane specializzate e processi chimici continui.
Il danneggiamento grave di un impianto di grandi dimensioni richiederebbe mesi di riparazione, senza che esistano alternative immediate in grado di compensarne l'output. Le conseguenze di un'interruzione sarebbero immediate ed estese. La maggior parte delle città della regione dispone di riserve idriche molto limitate; per esempio, se un impianto maggiore venisse messo fuori uso, i governi si troverebbero a fronteggiare la prospettiva di razionamenti di emergenza per milioni di abitanti nel giro di pochi giorni.
Dunque, gli effetti non si limiterebbero all'accesso all'acqua potabile, ma porterebbero anche i sistemi sanitari ad entrare in crisi, creando rischi per la salute pubblica, e avrebbero anche un impatto significativo sull'attività economica, sul turismo, sull’industria e sui servizi, essendo pilastri delle economie del Golfo. La distinzione cruciale rispetto al petrolio è proprio questa: uno shock petrolifero danneggia le economie; una crisi idrica destabilizzerebbe l’intera società (The Conversation, 2026).
Vengono identificate tre categorie distinte di conflitto idrico: l'acqua come fattore scatenante di violenza, come strumento militare attivo e come vittima o bersaglio di un conflitto. Nel caso del Golfo, il conflitto in corso ha attivato simultaneamente la seconda e la terza categoria, segnando un salto qualitativo nella natura dello scontro (Gleick & Shimabuku, 2023).
Il 28 febbraio 2026, l'avvio delle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l'Iran ha innescato una spirale di attacchi che ha rapidamente coinvolto le infrastrutture idriche della regione. Il 7 marzo, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato gli Stati Uniti di aver colpito un impianto di desalinizzazione di acqua dolce sull'isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Il giorno successivo, l'8 marzo, il Ministero dell'Interno del Bahrein ha annunciato che un drone iraniano aveva causato danni materiali a un impianto di desalinizzazione nei pressi di Muharraq, con il ferimento di tre persone (AFP & Reuters, 2026).
L'attacco al Bahrein potrebbe rappresentare un aggravamento del conflitto. Un passaggio da attaccare gli asset economici a colpire infrastrutture che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini del Golfo rivela un peggioramento della guerra. Vediamo che non sembra trattarsi di episodi isolati, poiché impianti in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti hanno subito danni indiretti nelle prime fasi del conflitto, a causa di missili e intercettazioni di droni nelle vicinanze di complessi energetici e idrici (The Conversation, 2026).
Questi eventi collocano l'acqua in una posizione di attenzione geopolitica che, nel Golfo, era fino ad oggi prevalentemente riservata esclusivamente agli idrocarburi. La concentrazione geografica degli impianti, essendo di poche decine di installazioni che producono la quasi totalità dell'acqua della regione, ne amplifica la valenza come obiettivo militare ad alto impatto con costi operativi relativamente contenuti.
Il Golfo si configura così come uno scenario involontario di una nuova forma di conflitto: la weaponization dei sistemi di produzione idrica, con implicazioni che si estendono ben oltre la regione. Per di più, man mano che la desalinizzazione si espande a livello globale, dalla California all'Australia, dall'Africa del Nord all'Europa meridionale, vulnerabilità analoghe emergeranno anche altrove (The Conversation, 2026).
La domanda che il conflitto in corso pone al sistema internazionale non è quindi solo regionale: riguarda la protezione delle infrastrutture tecnologiche su cui si regge la sopravvivenza delle società moderne in un'era di scarsità ambientale crescente.
Il bacino del Nilo ospita una delle tensioni geopolitiche più longeve e strutturalmente complesse del continente africano. Per secoli, l'allocazione delle acque del fiume più lungo del mondo ha rispecchiato un'asimmetria fondamentale: la quasi totalità della popolazione egiziana vive lungo le sponde del Nilo, e oltre il 90% delle sue risorse idriche proviene dal fiume; eppure l'80% del flusso del Nilo origina dagli altopiani etiopici, attraverso il Nilo Azzurro (Morsy & Girmay, 2025).
Questa contraddizione geografica, chi dipende dall'acqua non è chi la genera, è rimasta per decenni cristallizzata in un quadro normativo di origine coloniale che ha de facto escluso l'Etiopia da qualsiasi diritto riconosciuto sulle acque del bacino.
L'accordo del 1929, stipulato tra Egitto e Gran Bretagna, che agiva per conto delle proprie colonie del bacino del Nilo, attribuiva all'Egitto un'allocazione annua di 48 miliardi di metri cubi e riconosceva al Cairo un diritto di veto su qualsiasi progetto costruttivo lungo il fiume e i suoi affluenti. Il trattato del 1959, successivo all'indipendenza sudanese, ridistribuiva le quote assegnando all'Egitto il 66% e al Sudan il 22% del flusso annuo stimato, però con una mancanza di considerazione per le esigenze idriche degli altri Stati ripari e, in particolare, dell'Etiopia, che non era mai stata parte di nessuno dei due accordi (Stofer, 2025).
Il risultato è che l'Egitto si è trovato per decenni a difendere come “diritti storici” allocazioni stabilite da potenze coloniali in assenza delle controparti più direttamente interessate.
La costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, avviata nel 2011 sul corso del Nilo Azzurro, ha rotto questo equilibrio attraverso un atto infrastrutturale, creando un esercizio unilaterale di sovranità su una risorsa condivisa. È questa la forma di weaponization idrica che il caso GERD incarna: non la distruzione dell'acqua come nel Golfo, ma il controllo della sua distribuzione come strumento di pressione geopolitica e affermazione di potere.
Con una capacità produttiva di 5.150 megawatt a pieno regime, la GERD è la più grande centrale idroelettrica dell'Africa e una delle venti più grandi al mondo. Ciononostante, il suo potere non è limitato a ciò. Per il governo di Addis Abeba, la diga rappresenta il pilastro di un progetto più ampio di state-building nazionale e proiezione regionale.
Sin dall'avvio dei lavori, il premier Abiy Ahmed ha intrecciato le ambizioni energetiche del paese con la ricerca di un accesso al Mar Rosso, perso con l'indipendenza eritrea del 1993, e con l'espansione dell'influenza etiope nel Corno d'Africa attraverso l'export elettrico verso Kenya, Gibuti, Sudan e Sudan del Sud. La GERD, finanziata interamente attraverso obbligazioni e donazioni dei cittadini etiopi, senza ricorso a prestiti stranieri, incarna la narrativa della resilienza nazionale contro le ingerenze esterne (Morsy & Girmay, 2025).
Per l'Egitto, questa stessa diga rappresenta però una minaccia esistenziale. Sotto il trattato del 1959, il Cairo ha diritto a 55,5 miliardi di metri cubi annui, ma il suo fabbisogno reale ha già raggiunto i 114 miliardi di metri cubi. Il divario crescente tra allocazione e domanda reale rende qualsiasi riduzione del flusso del Nilo potenzialmente catastrofica per l'agricoltura, l'approvvigionamento idrico urbano e la stabilità interna del paese.
In risposta, il Cairo ha adottato misure compensative con un'espansione della desalinizzazione, una riduzione delle colture idro-intensive e la costruzione di impianti di trattamento. Ciononostante, nessuna di queste misure è sufficiente a colmare il deficit (Morsy & Girmay, 2025).
Nel corso di oltre un decennio, i tentativi di costruire un accordo vincolante sulla gestione della GERD hanno sistematicamente fallito. Mediazioni condotte dall'Unione Africana, dall'Unione Europea, dagli Stati Uniti e dalla Banca Mondiale non hanno potuto produrre un risultato vincolante.
Il nodo centrale è rimasto invariato: l'Etiopia rivendica un approccio flessibile e sovrano alla gestione della diga, rifiutando qualsiasi meccanismo che limiti la propria discrezionalità operativa; l'Egitto insiste su garanzie legali fisse che tutelino i flussi minimi a valle, in particolare durante i periodi di siccità, poiché la domanda sembra essere superiore a ciò che riceverebbe.
Il tentativo più concreto è stato quello dei colloqui di Washington del 2020, nel quale i mediatori avevano proposto regole di rilascio minimo durante i periodi di siccità prolungata. Egitto e Sudan avevano accettato la bozza; l'Etiopia si era ritirata, sostenendo che i mediatori fossero di parte (Stofer, 2025).
Nel 2023, il Cairo ha dichiarato formalmente il fallimento del negoziato. Lo stallo si è ulteriormente approfondito nel 2025, quando il presidente Donald Trump ha affermato che la GERD era stata costruita “in gran parte con denaro americano”, una dichiarazione respinta con fermezza da Addis Abeba e che ha definitivamente compromesso la credibilità di Washington come mediatore neutrale (Morsy & Girmay, 2025).
La GERD è stata finalmente inaugurata il 9 settembre 2025, senza accordo. Egitto e Sudan non hanno inviato rappresentanti di alto livello alla cerimonia. Il Kenya del presidente Ruto era presente; il messaggio geopolitico era esplicito (Morsy & Girmay, 2025).
Con la diga operativa e il canale diplomatico bloccato, il bacino del Nilo si trova oggi in una condizione inedita: la redistribuzione di fatto del potere idrico è già avvenuta, mentre il quadro normativo che dovrebbe regolarla rimane irrisolto. Il Cooperative Framework Agreement, aperto alla firma dal 2010 con l'obiettivo di superare i trattati coloniali in favore di un principio di “uso equo e ragionevole”, è stato firmato dagli Stati a monte ma rifiutato da Egitto e Sudan, che lo percepiscono come una minaccia ai loro diritti acquisiti (Stofer, 2025).
I due casi, quello del Golfo e quello del Nilo, divergono nella forma ma convergono nella sostanza. Nel primo, l'acqua è bersaglio militare diretto in un conflitto armato; nel secondo, è leva di pressione in un conflitto diplomatico latente. In entrambi, vale la stessa logica di fondo: chi controlla l'acqua controlla la vulnerabilità altrui. Ed è proprio questa logica che il diritto internazionale vigente fatica a contenere.
Il diritto internazionale non è rimasto silente di fronte alla questione idrica. Esistono strumenti normativi che dovrebbero proteggere le infrastrutture idriche civili in tempo di guerra e regolare l'uso equo dei corsi d'acqua transfrontalieri in tempo di pace. Il problema non è l'assenza di tali strumenti, ma la difficoltà di applicazione nel momento in cui sono necessari.
Sul fronte dei conflitti armati, il quadro di riferimento è l'Articolo 54(2) del Protocollo Aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra del 1949, che vieta esplicitamente di attaccare, distruggere o rendere inutilizzabili oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, tra cui le installazioni e le riserve di acqua potabile, qualunque sia il motivo dell'attacco (The Conversation, 2026).
Queste protezioni si applicano sia ai conflitti armati internazionali sia a quelli non internazionali. Eppure, nel marzo 2026, impianti di desalinizzazione sono stati colpiti nel Bahrein e in Iran nel pieno di un conflitto attivo, senza che questo quadro normativo abbia potuto esercitare alcuna funzione deterrente. La norma esiste; il meccanismo che la rende vincolante nella pratica è soggetto a processi molto più lenti e complessi.
Sul fronte della governance dei corsi d'acqua transfrontalieri, il caso GERD espone una lacuna altrettanto strutturale. Il Cooperative Framework Agreement, aperto alla firma dal 2010 con l'obiettivo di sostituire i trattati coloniali del 1929 e del 1959 con un principio di uso equo e ragionevole delle acque del Nilo, è stato firmato dagli Stati a monte ma rifiutato da Egitto e Sudan (Stofer, 2025), come visto precedentemente.
Il risultato è che la diga più grande dell'Africa opera oggi in assenza di qualsiasi accordo vincolante sulla distribuzione delle acque a valle.
Il pattern che emerge dai due casi è simile: le norme dichiarano i principi, ma l’esecuzione di tali principi sembra essere bloccata o non abbastanza veloce da produrre conseguenze immediate.
La scarsità idrica agisce come moltiplicatore di rischio: non genera conflitti da sola, ma amplifica tensioni politiche ed economiche preesistenti (Gleick & Shimabuku, 2023). In un contesto in cui circa un quarto della popolazione mondiale vive già in condizioni di stress idrico estremo, e in cui i cambiamenti climatici ridurranno ulteriormente la disponibilità di acqua dolce nelle regioni più aride del pianeta, la pressione sulle infrastrutture idriche, sia come obiettivi militari sia come leve diplomatiche, è destinata ad aumentare (Bouabdesselam, 2026).
Sul piano tecnico, esistono strategie che potrebbero ridurre la vulnerabilità, tra le quali la diversificazione delle fonti attraverso il riciclaggio delle acque reflue, lo sviluppo di sistemi di desalinizzazione distribuiti sul territorio e l'ampliamento delle capacità di stoccaggio. Ma le soluzioni tecniche da sole non saranno sufficienti.
L’obiettivo sarebbe aumentare il riconoscimento dell’importanza dell’acqua come leva geopolitica e, di conseguenza, agevolare la governance internazionale intorno a ciò (The Conversation, 2026).
AFP & Reuters. (2026). Bahrain says water desalination plant damaged in Iranian drone attack. Al Jazeera.
Bouabdesselam, H. (2026). When water becomes a strategic weapon: Desalination dependency, geopolitics and future of water security in the MENA. EcoMENA.
Gleick, P. H., & Shimabuku, M. (2023). Water-related conflicts: Definitions, data, and trends from the water conflict chronology. Environmental Research Letters, 18(3), 034022.
Hussein, M. A. (2026). How much of the Gulf's water comes from desalination plants? Al Jazeera.
Iran and the Arabian Peninsula depend on desalination plants to survive: Why water has become a target. (2026). The Conversation.
Morsy, A., & Girmay, T. (2025). With Ethiopia's GERD active, tensions mount along the Nile. Middle East Council.
Stofer, A. (2025). Hydropolitics in a warming world: The GERD & the future of Nile Basin governance. Human Rights Research.
Articolo di Carla Martinez - Burgos Ortiz, Geopolitical Analyst