Il mondo che si prepara al 2026 assomiglia sempre meno alla Guerra fredda e sempre di più all’Europa del 1914. Non perché stia per scoppiare una nuova guerra mondiale con trincee, gas e cavalli, ma perché la struttura del sistema internazionale, le illusioni delle élite e le passioni delle opinioni pubbliche riproducono dinamiche già viste all’alba del Novecento. Allora si parlava di “età della sicurezza”, di progresso inarrestabile, di globalizzazione come antidoto definitivo ai conflitti. Poco dopo arrivarono Sarajevo, le mobilitazioni, il crollo di un intero ordine. Oggi ci raccontiamo una favola simile: interdipendenza economica, catene globali del valore, capitalismo digitale come garante di pace. Ma la storia insegna che non è la quantità di commercio a impedire la guerra, bensì la capacità politica di governare transizioni di potere traumatiche.
Dopo il 1989 l’Occidente ha pensato di aver chiuso il ciclo dei grandi conflitti ideologici. La fine dell’Unione Sovietica è stata letta come conferma del “modello occidentale” e non come inizio di una fase delicatissima di ricomposizione degli equilibri. Gli anni Novanta sono stati un decennio euforico, ma anche irresponsabile. L’Europa ha immaginato la propria integrazione come un processo lineare, tecnico, depoliticizzato, lasciando la Russia ai margini: troppo grande per essere inglobata, troppo post‑imperiale per essere considerata un partner “normale”. La Nato si è allargata verso Est, l’Unione europea ha allargato il suo mercato, ma il problema strategico centrale – che fare di una ex superpotenza sconfitta, umiliata e impoverita – è stato rimosso. In questo vuoto è maturato il putinismo.
Il trauma russo degli anni Novanta è stato più profondo di quanto le classi dirigenti occidentali abbiano voluto vedere. Un paese abituato a pensarsi come impero è precipitato in pochi anni nella miseria, nel collasso demografico, nella cleptocrazia. La “terapia d’urto” economica ha arricchito oligarchi e intermediari, ma ha distrutto il tessuto sociale. In queste condizioni la promessa di Vladimir Putin – ordine, normalità, salari pagati in tempo, una parvenza di prestigio internazionale – diventa politicamente irresistibile, anche se comporta la rinuncia alla democrazia. Il putinismo non è un incidente della storia, ma il prodotto di una transizione gestita male. La stessa superficialità si è ripetuta nel modo in cui l’Europa ha reagito alle guerre cecene, alla Georgia 2008, all’Ucraina dal 2014 in poi: combinazione di moralismo retorico e dipendenza materiale dal gas russo.
Sul versante cinese, gli errori sono stati diversi ma analogamente rivelatori. La globalizzazione degli anni Settanta e Ottanta, resa possibile dalla fine di Bretton Woods, dalla liberalizzazione finanziaria e dalla crescente centralità del dollaro, ha aperto un oceano di capitali e mercati. Dentro questo nuovo mare si è mossa la Cina post‑maoista: riforme venute per larga parte dal basso, sperimentazioni locali, capitalismo privato incardinato nella cornice di un partito‑Stato autoritario. Pechino ha sfruttato magistralmente l’interdipendenza: ha usato l’ordine economico costruito dagli Stati Uniti per alimentare la propria ascesa, mentre Washington e l’Europa si illudevano che l’integrazione commerciale producesse automaticamente liberalizzazione politica. Era la versione aggiornata della vecchia idea secondo cui “chi fa affari non fa guerre”. È una delle illusioni più pericolose del nostro tempo.
Il risultato è un sistema internazionale che ricorda da vicino il mondo di prima del 1914. Allora l’Impero Britannico era ancora la potenza guida, ma il suo primato era minato dall’ascesa industriale e navale della Germania, dalla crescita americana, dalle ambizioni russe e giapponesi. Oggi gli Stati Uniti restano il perno militare e finanziario dell’ordine globale, ma la loro supremazia non è più indiscussa: la Cina è diventata una potenza economica e tecnologica in grado di contestare il primato americano in Asia e oltre; l’India rivendica un ruolo autonomo; la Russia gioca il ruolo del disturbatore revisionista, capace di destabilizzare più che di costruire. L’ordine liberale a guida americana si è trasformato in un mosaico multipolare, fatto di potenze regionali, coalizioni flessibili, alleanze ad geometria variabile.
Proprio come alla vigilia della Prima guerra mondiale, la globalizzazione convive con un’ondata di risentimento economico e identitario. Allora i ceti medi e popolari delle potenze industriali vivevano la concorrenza internazionale, la migrazione e i mutamenti tecnologici come minacce al proprio status. Oggi, dopo decenni di deindustrializzazione, stagnazione salariale e delocalizzazioni, lo schema si ripete: i perdenti della globalizzazione cercano rifugio nel nazionalismo, nella promessa di protezione contro le forze impersonali del mercato globale. Le guerre commerciali, le tariffe, la weaponization delle catene del valore sono il sintomo di un sistema che non crede più alla narrazione armonica del libero scambio. La stessa opinione pubblica occidentale, bombardata da discorsi apocalittici su Cina, immigrati, terrorismo, vive in un clima di ansia permanente che restringe lo spazio del compromesso diplomatico.
Anche il linguaggio politico si sta “agostando”: ogni crisi è presentata come esistenziale, ogni contendente come nemico assoluto. Prima del 1914 la stampa, le élite culturali e le forze politiche alimentavano l’idea che “gli altri” – tedeschi, francesi, russi, inglesi – fossero pronti a colpire alla prima occasione. Oggi i social media e le televisioni moltiplicano lo stesso riflesso: la Cina è descritta come una minaccia totale all’Occidente, la Russia come un’entità puramente aggressiva, gli Stati Uniti come un impero decotto pronto a qualsiasi azzardo per mantenere il primato. In questo clima, una crisi su Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale, in Ucraina o sul confine tra India e Cina può trasformarsi rapidamente da incidente periferico in detonatore sistemico. Non per automatismo strutturale, ma per una concatenazione di decisioni politiche prese sotto la pressione delle opinioni pubbliche e degli apparati militari.
È qui che entra in gioco il nodo decisivo: il rapporto tra strutture e responsabilità umana. La Prima guerra mondiale non fu “inevitabile”. Le alleanze, i piani di mobilitazione, la corsa agli armamenti crearono un contesto rigido, ma la scelta di passare dalle crisi diplomatiche alla guerra fu il risultato di decisioni precise, dentro governi dominati da élite piene di paura e ambizione. Oggi la situazione è analoga: interdipendenza economica, arsenali nucleari, alleanze formali e informali non determinano meccanicamente il conflitto; creano però un ambiente in cui l’errore di calcolo, l’orgoglio ferito, la necessità di mostrarsi “forti” davanti al proprio pubblico interno possono portare al disastro.
Il paragone con la Guerra fredda è fuorviante perché suggerisce un sistema ordinato, con regole riconosciute da entrambe le parti. Quello che abbiamo davanti assomiglia di più a un mondo di imperi in concorrenza, dove tutti si sentono insicuri e pochi hanno la capacità o la volontà di immaginare un compromesso duraturo.
Per l’Europa questa diagnosi è particolarmente scomoda. Il continente che aveva sperato di trasformarsi in una “potenza normativa” post‑storica si trova nuovamente al centro di un conflitto di ordine. Dipende militarmente dagli Stati Uniti, energeticamente da fornitori instabili, economicamente dal mercato cinese e dal dollaro, politicamente da governi nazionali in crisi di legittimità. È la perfetta incarnazione della vulnerabilità del mondo del 1914: integrato, ricco, interdipendente, ma incapace di prendere decisioni strategiche coerenti. Se il parallelo con il 1914 ha un senso, non è per annunciare fatalisticamente la guerra, bensì per ricordare che gli ordini internazionali non crollano da soli. Vengono spinti oltre il limite da élite che scambiano le proprie ossessioni interne per destino storico. La lezione del passato è brutale ma semplice: la storia non garantisce linearità, e il progresso economico non sostituisce la prudenza politica.
L'editoriale del Prof. Lorenzo Castellani, Track Researcher Assistant Professor LUISS Guido Carli