L’attuale scenario economico globale si trova ad affrontare una fase di estrema delicatezza, definita da una stabilità apparente che “cammina su un filo di seta” a causa di crescenti rischi esogeni.
In questo contesto di incertezza, la Federal Reserve, nel meeting del 17 e 18 marzo, ha scelto la via della cautela, confermando i tassi di interesse nell’intervallo tra il 3,50% e il 3,75%.
Nonostante la pressione per un allentamento della politica monetaria, manifestata dal voto contrario di Steven Miran, che auspicava un taglio di un quarto di punto, il presidente Jerome Powell ha mantenuto una posizione vigile, pur non escludendo un possibile taglio entro la fine dell’anno.
Lo shock energetico e l’incognita mediorientale
Il principale fattore di instabilità è rappresentato dalle tensioni in Medio Oriente, che minacciano direttamente le rotte commerciali energetiche. La possibile chiusura dello stretto di Ormuz, punto di transito per il 20% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto, agisce come una spada di Damocle sui mercati.
Le ripercussioni sono già evidenti nei prezzi delle materie prime: il Brent è balzato a 113 dollari rispetto ai 70 di febbraio, mentre il WTI ha raggiunto i 90 dollari.
Questa volatilità è alimentata anche da segnali diplomatici contrastanti, come l’annuncio della sospensione degli attacchi alle infrastrutture iraniane da parte di Donald Trump, prontamente smentito da Teheran.
Inflazione e crescita: un sentiero tortuoso
Sul fronte interno statunitense, i dati macroeconomici offrono una lettura ambivalente:
La pillola Delta View di oggi è curata da Valentina Cordero, giornalista corrispondente da New York