Le crisi geopolitiche contemporanee non producono effetti soltanto sui teatri militari visibili. Accanto ai conflitti armati si sviluppa infatti una dimensione meno appariscente, ma altrettanto decisiva: quella degli approvvigionamenti strategici. È in questo spazio che si gioca una parte essenziale della stabilità economica, produttiva e sociale dei Paesi europei.
Non si tratta soltanto di energia. Oggi il tema riguarda in misura crescente i fertilizzanti, i minerali critici, le terre rare e, più in generale, tutte quelle materie prime indispensabili per garantire continuità alla filiera agroalimentare, alla manifattura, alla difesa, alla transizione energetica e alla competitività industriale.
Per l’Italia, questa fragilità assume una rilevanza particolare. Il Paese dipende in larga misura dall’estero per l’approvvigionamento di input essenziali e, in assenza di una strategia operativa strutturata, rischia di subire passivamente shock di prezzo, interruzioni di filiera e perdita di competitività.
Uno dei segnali più evidenti di questa vulnerabilità riguarda il comparto agricolo. Il 4 marzo 2026, intervenendo davanti a migliaia di agricoltori riuniti a Napoli, il presidente di Coldiretti Ettore Prandini ha richiamato l’attenzione sull’aumento dei costi sostenuti dal settore: +46% per i fertilizzanti rispetto al periodo prebellico e +66% per l’energia agricola.
Si tratta di dati che incidono direttamente sulla capacità produttiva delle imprese agricole e, di riflesso, sulla sicurezza alimentare, sulla tenuta dei margini aziendali e sui prezzi finali per i consumatori.
Secondo i dati richiamati da Copa-Cogeca, a gennaio 2026 le importazioni europee di fertilizzanti azotati sono scese a 179.000 tonnellate, rispetto a 1,1 milioni di tonnellate registrate nello stesso mese dell’anno precedente. Nello stesso periodo, i prezzi dei fertilizzanti nell’Unione europea hanno mostrato forti tensioni: il fosfato DAP ha raggiunto gli 847 dollari a tonnellata a dicembre 2025, rispetto ai 583 dollari di gennaio, mentre l’urea si è collocata oltre i 500 dollari a tonnellata sui futures di marzo-aprile 2026.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di criticità: Russia e Bielorussia, pur nel contesto delle sanzioni, continuano a rappresentare una quota significativa dell’approvvigionamento europeo di fertilizzanti e mantengono un peso rilevante nel commercio mondiale di potassio. Questo conferma come la dipendenza da fornitori concentrati in aree geopoliticamente sensibili continui a esporre il sistema europeo a forti rischi.
Alla questione agricola si affianca quella, altrettanto rilevante, delle materie prime critiche. In questo ambito, la dipendenza europea è particolarmente elevata, soprattutto nelle fasi di raffinazione e trasformazione.
La Cina continua a occupare una posizione dominante nella lavorazione di numerose materie prime critiche e, in particolare, nelle terre rare raffinate utilizzate per magneti permanenti, motori elettrici, radar, sistemi missilistici e tecnologie digitali. Si tratta di componenti essenziali per numerosi settori industriali strategici, dalla mobilità elettrica alla difesa.
Il Regolamento (UE) 2024/1252, noto come Critical Raw Materials Act ed entrato in vigore il 23 maggio 2024, fotografa con chiarezza questa esposizione e individua 34 materie prime critiche e 17 strategiche, fissando obiettivi vincolanti al 2030 per rafforzare estrazione, trasformazione, riciclo e diversificazione delle forniture.
Negli ultimi anni, Pechino ha inoltre introdotto restrizioni all’export su alcune materie sensibili, tra cui gallio, germanio, antimonio e grafite. Queste misure hanno avuto effetti immediati sui prezzi e hanno evidenziato la vulnerabilità dei sistemi produttivi maggiormente dipendenti dalle forniture cinesi.
In questo quadro, l’Italia si trova in una posizione particolarmente delicata. Pur disponendo di potenziali risorse minerarie, il Paese non ha ancora sviluppato in modo sufficiente una filiera estrattiva e industriale in grado di contribuire concretamente alla riduzione della dipendenza estera. L’ISPRA, nel luglio 2024, ha censito 76 miniere attive in Italia su materie prime inserite nella lista CRM, ma senza una produzione significativa di metalli critici. Anche i potenziali giacimenti di litio presenti nei fluidi geotermici toscani e laziali non risultano, allo stato, valorizzati da progetti estrattivi operativi.
Alla dipendenza sugli approvvigionamenti si somma una debolezza infrastrutturale che limita ulteriormente la capacità del sistema Paese di reagire alle crisi.
Secondo il Container Port Performance Index 2024 della Banca Mondiale e di S&P Global, le performance di diversi porti italiani restano inferiori rispetto a quelle dei principali competitor mediterranei. Trieste, Genova e La Spezia evidenziano margini di miglioramento significativi, mentre Savona-Vado rappresenta un’eccezione positiva. Nel frattempo, porti come Tanger Med in Marocco e Algeciras in Spagna hanno consolidato un ruolo centrale nelle rotte commerciali internazionali.
La crisi del Mar Rosso del 2024 ha reso ancora più evidente questa fragilità: mentre alcuni hub mediterranei hanno intercettato nuova domanda e rafforzato la propria centralità, i porti italiani hanno subito contrazioni nei traffici container. Le cause sono note: ritardi infrastrutturali, carenze nei collegamenti retroportuali, limitata integrazione ferro-gomma, difformità regolatorie tra Autorità di Sistema Portuale e tempi operativi non sempre competitivi.
Il risultato è che, anche quando esistono alternative di approvvigionamento valide, il costo logistico e i tempi di attraversamento della filiera rischiano di annullarne il vantaggio.
Il confronto internazionale mostra come altri sistemi economici abbiano già imboccato un percorso più strutturato.
Negli Stati Uniti, il 2 febbraio 2026 è stato annunciato il Project Vault, iniziativa finalizzata alla costruzione di una riserva strategica di minerali critici con un forte sostegno pubblico e privato. Parallelamente, il Dipartimento dell’Energia e il Dipartimento della Difesa hanno attivato linee di finanziamento e investimenti diretti a supporto della filiera.
La Germania, già nell’ottobre 2024, ha attivato tramite KfW un fondo dedicato alle materie prime, con l’obiettivo di cofinanziare estrazione, lavorazione e riciclo di minerali strategici.
Anche il Regno Unito e la Francia hanno rafforzato i propri strumenti di politica industriale, attribuendo mandato operativo ai rispettivi soggetti pubblici di supporto all’export e agli investimenti strategici.
L’elemento che accomuna queste esperienze è chiaro: non ci si limita al livello normativo o dichiarativo, ma si costruiscono strumenti finanziari, operativi e istituzionali in grado di presidiare concretamente la continuità degli approvvigionamenti.
Anche l’Italia ha compiuto alcuni passi formali in questa direzione. Nel novembre 2024, è stato ricordato in sede parlamentare che CDP, SACE e SIMEST hanno aderito al Minerals Security Partnership Finance Network, il network multilaterale volto a coordinare il finanziamento delle supply chain dei minerali critici.
Tuttavia, il punto centrale riguarda la traduzione operativa di queste adesioni. La criticità non risiede solo nella presenza di strumenti istituzionali, ma nella loro effettiva capacità di intercettare, valutare e sostenere operazioni complesse di approvvigionamento, diversificazione, copertura dal rischio e stoccaggio strategico.
Oggi appare necessario interrogarsi sulla presenza, nel sistema pubblico italiano, di competenze specifiche e strutture dedicate in grado di operare sui mercati delle commodities critiche in scenari di volatilità elevata, tensione geopolitica e competizione internazionale sempre più intensa.
In questo contesto, il concetto di arbitraggio merita di essere considerato in una prospettiva non speculativa, ma industriale e strategica. In situazioni di crisi, la capacità di cogliere differenziali geografici e temporali di prezzo può tradursi in continuità di approvvigionamento, stabilizzazione dei costi e tutela della competitività delle filiere produttive.
Ciò richiede relazioni commerciali solide, strumenti di trade finance, capacità di hedging, accesso tempestivo all’informazione e una logistica efficiente. In altri termini, richiede una regia operativa che metta in connessione istituzioni, finanza pubblica, operatori privati specializzati e sistema produttivo.
Per un Paese ad alta vocazione manifatturiera come l’Italia, esposto su input quali litio, cobalto, terre rare, alluminio, tungsteno e fertilizzanti, il tema non può più essere considerato marginale. Le difficoltà dell’industria e l’erosione dei margini in più comparti mostrano che il rischio di nuovi shock sulle materie prime ha ormai un impatto diretto sulla competitività nazionale.
Articolo a cura di Lorenzo Bruno, Head of External Relations Delta