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Stretto di Hormuz: geografia, storia e perché è il punto più sensibile dell’energia globale

stretto di hormuz

Quando si parla di tensioni con l’Iran, quasi sempre il discorso finisce sullo stretto di Hormuz: un tratto di mare relativamente breve, ma capace di amplificare qualsiasi crisi regionale fino a trasformarla in shock globale. Nelle fasi di escalation (come quelle riportate in queste ore), bastano minacce credibili, navi ferme in rada e assicurazioni che ritirano le coperture per vedere effetti immediati su prezzi, logistica e sicurezza marittima.

Dove si trova lo stretto di Hormuz (e perché la geografia conta davvero)

Lo stretto di Hormuz è l’unico sbocco marittimo del Golfo Persico: collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e quindi al Mare Arabico/Oceano Indiano. È incastonato tra Iran (a nord) e Oman (a sud, con la penisola di Musandam), con gli Emirati Arabi Uniti a breve distanza.

Dal punto di vista “fisico” ci sono tre dettagli che spiegano il suo peso strategico:

  • Stretto alla scala dei traffici globali: nel punto più stretto è largo circa 21 miglia (circa 33 km).

  • Corsie di navigazione molto più strette della “larghezza” totale: le corsie commerciali sono tipicamente due canali da circa 2 miglia ciascuno, separati da una fascia di sicurezza (“buffer”) di circa 2 miglia.

  • È costellato di isole e punti “dominanti” (ad esempio area di Bandar Abbas e isole iraniane come Qeshm e Hormuz, tra le altre), che hanno importanza sia commerciale sia militare.

In pratica: non è un “corridoio” unico e neutrale; è un imbuto marittimo in cui rotte, profondità, isole e coste rendono la sicurezza parte integrante della geografia.

Perché lo stretto di Hormuz è un chokepoint energetico mondiale

Lo stretto di Hormuz è considerato uno dei principali “oil chokepoints” del pianeta: un passaggio obbligato in cui transita una quota enorme di energia destinata ai mercati globali.

Petrolio e prodotti petroliferi

Secondo l’EIA (U.S. Energy Information Administration), nel 2024 il flusso di petrolio attraverso lo stretto ha mediamente raggiunto circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa un quinto dei consumi globali di “petroleum liquids”. L’EIA evidenzia anche che i flussi via Hormuz rappresentano oltre un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio.

Gas naturale liquefatto (LNG)

Sempre secondo l’EIA, nel 2024 circa il 20% del commercio globale di LNG è transitato nello stretto di Hormuz, principalmente dal Qatar (con volumi riportati dall’EIA nell’ordine di ~9,3 Bcf/d nel 2024).

Chi è più esposto

Un punto spesso sottovalutato: la maggior parte di quei volumi è diretta in Asia. L’EIA stima che nel 2024 l’84% di greggio/condensati e l’83% di LNG transitati da Hormuz sia andato verso mercati asiatici (con Cina, India, Giappone e Corea del Sud tra le principali destinazioni).

Questo spiega perché lo stretto di Hormuz non è “solo” una questione mediorientale: è un nodo vitale della sicurezza energetica asiatica e, a cascata, della stabilità dei prezzi globali.

Esistono alternative allo stretto di Hormuz? Sì, ma non bastano

Quando si parla di rischio “chiusura”, la domanda inevitabile è: non si può aggirare lo stretto di Hormuz?
Le alternative esistono, ma sono parziali e spesso insufficienti rispetto ai volumi in gioco.

L’EIA indica alcune infrastrutture chiave:

  • Arabia Saudita: oleodotto East–West (dal Golfo Persico al Mar Rosso) con capacità nominale elevata e possibilità di espansione temporanea; utilizzato anche per gestire rischi su rotte alternative.

  • Emirati Arabi Uniti: oleodotto verso Fujairah (Golfo dell’Oman), che consente export evitando Hormuz.

  • Iran: oleodotto Goreh–Jask e terminal sul Golfo dell’Oman, con capacità effettiva citata dall’EIA come limitata (ordine di centinaia di migliaia b/d) e uso discontinuo negli anni recenti.

Nel complesso, l’EIA stima che la capacità “bypass” potenzialmente disponibile (soprattutto Arabia Saudita + UAE) sia nell’ordine di pochi milioni di barili al giorno, mentre via Hormuz ne transitano circa 20 milioni b/d: quindi l’effetto mitigante è reale, ma non risolutivo.

Il quadro giuridico

Il diritto del mare prova a rendere prevedibile ciò che la geopolitica tende a rendere instabile.

Il principio: “transit passage” negli stretti internazionali

In base alla Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS), gli stretti usati per la navigazione internazionale riconoscono alle navi (e agli aeromobili) un diritto di “transit passage”: passaggio continuo e rapido, che gli Stati rivieraschi non dovrebbero ostacolare, e che non dovrebbe essere sospeso.

La specificità dello stretto di Hormuz

Il punto delicato è che, nella pratica, le corsie di navigazione ricadono in acque territoriali di Iran e Oman (in parte), ma sono governate da regole e prassi internazionali di navigazione e sicurezza.

L’elemento che complica tutto: lo status dell’Iran rispetto all’UNCLOS

Secondo la United Nations Treaty Collection, l’Iran risulta firmatario dell’UNCLOS (firma: 10 dicembre 1982) ma senza ratifica (manca la data di ratifica), e ha depositato una dichiarazione interpretativa che richiama espressamente il tema del transit passage e l’idea che i benefici “contrattuali” competano agli Stati Parte.

Questa ambiguità giuridico-politica è una delle ragioni per cui Hormuz resta un “punto caldo” permanente: la cornice normativa c’è, ma l’interpretazione e la deterrenza contano quanto i testi.

Storia dello stretto di Hormuz: le crisi che lo hanno reso un simbolo geopolitico

Lo stretto di Hormuz non è importante “da sempre” nello stesso modo: è nel secondo Novecento, con la centralità del petrolio e delle rotte marittime, che diventa un’icona strategica.

1) Le isole contese (dal 1971)

All’imboccatura del Golfo si trovano isole strategiche come Abu Musa e le Greater/Lesser Tunbs, al centro di dispute tra Iran e Emirati. L’episodio del 1971 (presa/controllo iraniano delle isole in coincidenza con il ritiro britannico) è spesso richiamato perché quelle isole possono “pesare” sulla sicurezza e sul controllo del traffico.

Durante la guerra Iran–Iraq, la fase nota come Tanker War portò ad attacchi contro petroliere e infrastrutture, costringendo potenze esterne a un coinvolgimento diretto per proteggere la navigazione. Gli Stati Uniti avviarono scorte navali a petroliere (Operazione Earnest Will) e, dopo episodi di mine e scontri, si arrivò anche a operazioni militari di risposta (es. Praying Mantis, 1988).

Nello stesso 1988, nello scenario di altissima tensione, avvenne anche l’abbattimento del volo civile Iran Air 655 sopra/nei pressi dell’area dello stretto, un fatto che ha lasciato una lunga scia politica e simbolica.

3) 2019: attacchi e sequestri come “segnali” di escalation

Nel 2019, episodi come gli attacchi a petroliere nel Golfo dell’Oman e il sequestro della petroliera Stena Impero hanno mostrato come anche azioni “limitare” possano impattare mercati e percezione del rischio.

4) 2025–2026: interferenze, minacce e (oggi) nuove interruzioni

Negli ultimi anni si sono moltiplicati avvisi di sicurezza, raccomandazioni di navigare più vicino a coste ritenute meno rischiose, e timori legati a interferenze elettroniche e incidenti.
Nell’escalation attuale, le cronache parlano di traffico rallentato/fermo, navi in attesa, rincari assicurativi e deviazioni di rotte: tutti segnali tipici di “stress” su un chokepoint.

Geopolitica e geoeconomia: chi ha interesse a cosa nello stretto di Hormuz
Iran: leva strategica e deterrenza

Per Teheran, lo stretto di Hormuz è una leva: consente di proiettare deterrenza e di alzare il costo di pressioni esterne. Ma è anche un’arma a doppio taglio: bloccare a lungo significherebbe colpire (anche) i propri interessi economici e diplomatici.

Paesi del Golfo: export e vulnerabilità asimmetriche

Arabia Saudita e UAE hanno alcune valvole di sfogo (oleodotti), mentre altri esportatori e soprattutto l’LNG del Qatar restano più esposti ai colli di bottiglia marittimi.

Stati Uniti e alleati: “freedom of navigation” e presenza navale

La presenza navale statunitense e la cooperazione con partner regionali sono motivate dall’obiettivo di garantire sicurezza della navigazione e ridurre il rischio di sequestri/attacchi a navi commerciali (documentato anche da comunicazioni ufficiali della U.S. Navy).

Asia: il baricentro della domanda

Il dato che più spiega la posta in gioco è la destinazione: gran parte dell’energia che passa da Hormuz va in Asia. In crisi acute, l’impatto sulla sicurezza energetica di paesi asiatici diventa immediato, con conseguenze su prezzi e scelte di approvvigionamento alternative.

Cosa succede quando lo stretto di Hormuz “si inceppa”: una catena di effetti tipica

Quando aumenta il rischio su Hormuz, vediamo quasi sempre la stessa sequenza:

  1. Rialzo del rischio assicurativo (war risk) o ritiro delle coperture → costi di trasporto più alti.

  2. Navi in attesa ai margini dello stretto → congestione e ritardi (con dati tracciati da servizi di shipping intelligence).

  3. Prezzi di petrolio e gas che reagiscono anche solo al rischio percepito, non necessariamente a un blocco totale.

  4. Deviazioni di rotte (quando possibile) e ricalcolo dei tempi logistici globali, con impatti su catene di fornitura e costi.

  5. Misure di mitigazione: uso maggiore di oleodotti alternativi, riallocazioni di carichi, eventuale ricorso a scorte strategiche (dipende dai paesi e dal tipo di crisi).

Come leggere le notizie sullo stretto di Hormuz: 7 indicatori davvero utili

Per distinguere rumore e rischio reale, conviene monitorare pochi segnali concreti:

  1. Avvisi ufficiali di sicurezza marittima (autorità, forze navali, associazioni di categoria).

  2. Coperture assicurative war risk: prezzo e disponibilità sono un “termometro” del rischio.

  3. Congestione e navi in rada: se aumentano rapidamente, la crisi sta impattando la navigazione.

  4. Interferenze elettroniche (AIS/GPS) e incidenti: spesso precedono fasi più dure.

  5. Decisioni dei grandi carrier/shipping line (deviazioni, sospensioni, surcharge).

  6. Utilizzo delle pipeline di bypass (quando i dati sono disponibili) come indicatore di emergenza.

  7. Segnali dal mercato fisico (benchmark e meccanismi di pricing): se si “inceppano” le valutazioni, la frizione è seria.

FAQ sullo stretto di Hormuz

Dove si trova lo stretto di Hormuz?
Tra Iran e Oman, collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e al Mare Arabico.

Quanto è largo lo stretto di Hormuz?
Nel punto più stretto circa 21 miglia; le corsie di navigazione sono molto più strette (circa 2 miglia per direzione, con buffer).

Perché lo stretto di Hormuz è così importante per il petrolio?
Perché nel 2024 vi sono transitati circa 20 milioni b/d (circa un quinto dei consumi globali) e una quota rilevante del commercio marittimo di greggio.

Lo stretto di Hormuz è importante anche per il gas?
Sì: nel 2024 circa un quinto del commercio globale di LNG è transitato da Hormuz, soprattutto dal Qatar.

L’Iran può chiudere lo stretto di Hormuz?
Può disruptare il traffico (minacce, sequestri, mine, attacchi, interferenze), ma una chiusura “lunga” e totale è difficile e avrebbe costi enormi anche per la regione. La dimensione giuridica e militare resta altamente contestata.