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Il dollaro, tra egemonia e contestazione: anatomia di un sistema di potere

dollaro

A prima vista, poco sembra essere cambiato. Il dollaro continua a rappresentare la principale valuta di riserva mondiale, domina i mercati dei cambi e rimane l’unità di conto di gran parte del commercio internazionale. Le banche centrali detengono titoli del Tesoro statunitensi come pilastro delle proprie riserve e, nei momenti di incertezza, gli investitori guardano ancora agli asset americani come punto di riferimento. Eppure, sotto questa superficie di continuità, si moltiplicano segnali più complessi. La centralità del dollaro non è semplicemente un dato tecnico o finanziario: è il riflesso di un’infrastruttura di potere costruita nel corso di decenni. Oggi, quella stessa infrastruttura appare più esposta a tensioni politiche e istituzionali che ne mettono alla prova la resilienza.

Il dollaro come architettura di potere globale
Fin dal termine della Seconda Guerra Mondiale, il dollaro statunitense ha occupato una posizione centrale nel sistema monetario internazionale, affermandosi come principale valuta di riserva globale e come asse portante dell’architettura finanziaria internazionale. La posizione del dollaro fu consolidata nel 1944 con la creazione del sistema di Bretton Woods, che stabiliva un meccanismo di cambi fissi basato sulla convertibilità in oro della valuta statunitense e sull’aggancio delle altre monete al dollaro. In virtù della propria forza economica, finanziaria e militare, Washington si impose come architrave del nascente ordine monetario globale (Gloria, 2025).

La valuta statunitense riuscì a mantenere il proprio ruolo dominante anche nel 1971, dopo la sospensione della convertibilità oro-dollaro e il passaggio a un regime di cambi flessibili. Per esempio, l’accordo con l’Arabia Saudita nel 1974 consolidò la vendita del petrolio in dollari in cambio di protezione militare, ciò rafforzò ulteriormente questa centralità. In effetti, il dollaro continuò a fungere da valuta rifugio, essendo percepita come stabile e affidabile nei momenti anche di crisi (Gloria, 2025; Lahiri & Eckman, 2025).

Oggi la sua egemonia è misurabile anche empiricamente. Il dollaro rappresenta circa il 60% delle riserve ufficiali dichiarate a livello globale nel 2021, è coinvolto nell’88% delle operazioni sul mercato dei cambi globale e rimane la valuta dominante nel commercio internazionale (Lahiri & Eckman, 2025). Tra il 1999 e il 2019 ha rappresentato il 96% delle fatturazioni commerciali nelle Americhe, il 74% nell’Asia-Pacifico e il 79% nel resto del mondo (Bertaut et al., 2021). Numerose economie ancorano la propria valuta al dollaro o lo utilizzano come riferimento nelle politiche di cambio (Williamson, 2013).

Tuttavia, considerare il dollaro soltanto come una valuta dominante significherebbe semplificarne la natura e sottovalutarne l’influenza. La sua funzione non può essere unicamente descritta come un sistema monetario: il dollaro può essere visto anche come un’infrastruttura di potere.

In primo luogo, la sua prevalenza nelle riserve ufficiali implica che detenere dollari potrebbe significare detenere titoli del Tesoro statunitense. Questi ultimi, i Treasuries, sono il mercato più ampio e liquido al mondo, dato che la loro domanda è sostenuta dalla stabilità macroeconomica e istituzionale degli Stati Uniti e dalla profondità del sistema finanziario americano (Gloria, 2025; Lahiri & Eckman, 2025). Essendo una combinazione difficilmente replicabile, nessun altro paese è attualmente in grado di offrirne una alternativa, per adesso.

Questa domanda costante di dollari e di titoli del Tesoro statunitensi ha dato origine a quello che viene definito “exorbitant privilege”: la possibilità per gli Stati Uniti di finanziare ampi disavanzi fiscali e commerciali a costi relativamente bassi, nonostante un debito pubblico che si avvicina ai 36 trilioni di dollari (Gloria, 2025). In termini concreti, ciò ha consentito a Washington di sostenere uno dei bilanci della difesa più elevati al mondo e di mantenere una presenza militare estesa su scala globale (Mühleisen & Zeneli, 2025).

Si è così creato un ciclo virtuoso per il paese: la dominanza del dollaro consente agli Stati Uniti di finanziare la propria proiezione militare; questa sua presenza militare contribuisce a garantire la sicurezza delle rotte commerciali e la stabilità dei flussi di capitale, ciò rafforza la fiducia negli strumenti finanziari statunitensi e quindi nella stessa valuta (Mühleisen & Zeneli, 2025). Questo meccanismo ha sostenuto per decenni l’ordine economico internazionale del secondo dopoguerra.

A livello pratico, il potere del dollaro non si ferma a dare sicurezza ma può essere impiegato come strumento coercitivo, conferendo agli Stati Uniti una forte capacità di pressione finanziaria. La moneta e la sua egemonia nel sistema dei pagamenti globali amplificano l’efficacia delle sanzioni economiche statunitensi. In concreto, l’accesso al dollaro e al sistema finanziario statunitense può essere limitato o negato a Stati, istituzioni o individui inseriti nelle liste del Tesoro americano. D’altronde, negli ultimi due decenni, il ricorso a sanzioni finanziarie è aumentato in modo significativo, coinvolgendo migliaia di entità a livello globale (Lahiri, 2023).

La capacità di escludere attori dal circuito del dollaro rappresenta una forma di pressione che trascende l’ambito economico e si colloca pienamente nella sfera del financial statecraft, essendo uno strumento di leva nella politica estera per influenzare il comportamento di altri stati. In questo senso, il dollaro produce una controversia strutturale: mentre la sua accettazione globale facilita gli scambi e la stabilità finanziaria, essa stessa crea anche una dipendenza sistemica dalla politica monetaria e dalle decisioni regolatorie del paese (Williamson, 2013).

Proprio questa combinazione di centralità finanziaria, capacità di finanziamento e leva coercitiva ha reso il dollaro uno degli strumenti più potenti della proiezione internazionale degli Stati Uniti. Tuttavia, tale infrastruttura di potere presuppone una fiducia persistente nella stabilità economica, politica e istituzionale del Paese emittente. Oggi, segnali di progressiva erosione di tale fiducia sono già visibili (Mühleisen & Zeneli, 2025).


Erosione dell’egemonia: dedollarizzazione e mutamento degli equilibri
I segnali di tensione nell’infrastruttura del dollaro non si manifestano attraverso un improvviso collasso, ma attraverso episodi che mettono in discussione la sua funzione tradizionale di bene rifugio. L’uso massivo come strumento coercitivo ha creato radici di sfiducia.

Nell’aprile 2025, ad esempio, i principali indici azionari statunitensi e il dollaro hanno registrato un calo simultaneo, con l’S&P 500 in flessione di oltre il 3%, in un contesto di incertezza legato alla politica tariffaria dell’amministrazione americana (Valetkevitch, 2025).

La crescente instabilità della politica commerciale statunitense ha contribuito ad alimentare tale volatilità. L’introduzione e la revisione ripetuta di dazi su diversi Paesi e settori hanno generato risposte internazionali e un aumento significativo dell’incertezza sui mercati, con effetti negativi sulle prospettive di crescita (J.P. Morgan, 2026). Ciò dimostra come l’imprevedibilità delle scelte di politica incida sulla percezione di stabilità istituzionale che sostiene il ruolo del dollaro come valuta rifugio, mostrando come l’elemento politico abbia un’incisione importante sull’economia.

In questo contesto, il dibattito sulla “dedollarizzazione” ha assunto una dimensione sempre più importante. Questo processo non si limita a fluttuazioni cicliche della domanda di valuta statunitense, ma riguarda un possibile cambiamento legato al suo status di moneta di riserva, alla denominazione delle passività finanziarie e alla sua centralità nel commercio internazionale ma soprattutto al suo ruolo come egemonia (J.P. Morgan, 2025).

Questa distinzione suggerisce che potrebbe esserci un cambiamento nella fiducia della valuta a lungo termine, potendo potenzialmente cambiare strutturalmente il sistema.

Per di più, alcuni indicatori mostrano i sintomi di questa “dedollarizzazione”. La quota di titoli del Tesoro statunitensi detenuti da investitori stranieri è diminuita negli ultimi quindici anni, passando da oltre il 50% durante la crisi finanziaria globale a circa il 30% all’inizio del 2025.

Parallelamente, nei mercati delle materie prime si osserva una crescente diffusione di contratti denominati in valute diverse dal dollaro, in particolare nel settore energetico (J.P. Morgan, 2025).

Le sanzioni occidentali contro la Russia hanno accelerato tali dinamiche. Nel 2023 il volume degli scambi commerciali tra Cina e Russia ha raggiunto i 240 miliardi di dollari, con una quota crescente di transazioni regolate in yuan. Effettivamente, le esportazioni russe in yuan sono passate dallo 0,4% nel 2022 al 34,5% nel 2024, mentre le importazioni nella stessa valuta sono salite dal 4,3% al 36,4%. Nell’arco di due anni, lo yuan è diventato la valuta più impiegata dalla Russia negli scambi internazionali, incidendo sulla struttura delle riserve valutarie di Mosca (Tagliamacco, 2025).

Il fenomeno non si limita alla Russia. I BRICS hanno incrementato l’uso delle proprie valute negli scambi internazionali e diversificato le riserve verso yuan e oro. Inoltre, nel 2023, circa il 20% del commercio globale di petrolio è stato regolato in valute alternative al dollaro (Tagliamacco, 2025).

Allo stesso tempo, sistemi di pagamento alternativi come il Cross-Border Interbank Payment System (CIPS) cinese stanno ampliando la propria rete, consentendo a banche africane e sudamericane di regolare transazioni in renminbi senza passare dal dollaro (Ismail, 2026). Difatti, questa leva sta generando incentivi alla ricerca di alternative, soprattutto tra attori che temono di trovarsi esposti a decisioni unilaterali di Washington.

Anche in ambienti istituzionali occidentali emergono riflessioni critiche. Catherine Mann, membro del comitato di politica monetaria della Bank of England, ha osservato che la riduzione del sostegno statunitense ai propri alleati potrebbe indebolire l’attrattività del dollaro come valuta di riserva: “Se non puoi contare su un Paese come alleato, perché dovresti detenere la sua valuta nelle riserve?” (Milliken, 2025).

Nonostante la crescente discussione sulla “dedollarizzazione”, non esiste attualmente una valuta in grado di offrire un’alternativa comparabile in termini di liquidità, profondità dei mercati e credibilità istituzionale (Mühleisen & Zeneli, 2025; Lahiri & Eckman, 2025). I mercati finanziari di economie come Canada o Svizzera sono troppo piccoli, mentre altre potenze, come la Cina, presentano vincoli legati al rischio politico e alla limitata apertura del sistema finanziario (Gloria, 2025). Ciò contribuisce a mantenere il dollaro in una posizione dominante nei mercati valutari globali, con una quota dell’88% nelle transazioni in valuta estera secondo l’ultima indagine della Banca dei Regolamenti Internazionali (Tagliamacco, 2025).

Tuttavia, l’evoluzione che appare non è tanto la centralità quantitativa della valuta, quanto la natura del potere che essa esprime.

Verso un’egemonia più esposta
Il dollaro continua a occupare una posizione dominante nel sistema monetario internazionale, sostenuto dalla profondità dei mercati finanziari, dalla centralità dei titoli del Tesoro nelle riserve ufficiali e dal ruolo storico degli Stati Uniti nell’ordine economico. La forza del sistema monetario non risiede solo nei numeri, ma nella funzione che svolge come potere geopolitico: finanziando la proiezione militare americana e garantendo una leva coercitiva attraverso le sanzioni e la struttura dei flussi commerciali e finanziari globali.

Ciononostante, l’analisi mostra come questo sistema non sia immutabile. L’aumento dell’uso politico della valuta, la volatilità legata alle scelte di politica economica e la progressiva ricerca di alternative da parte di attori emergenti stanno modificando l’efficacia del potere espresso dal dollaro. Non si osserva un crollo improvviso, ma un cambio graduale degli equilibri.

Le implicazioni potrebbero includere una dedollarizzazione sistemica che potrebbe alterare il bilanciamento del potere tra Stati, con effetti particolarmente rilevanti per gli Stati Uniti, dove si tradurrebbe in una svalutazione più ampia del dollaro e in una minore performance relativa degli asset finanziari americani rispetto al resto del mondo (J.P. Morgan, 2025).

Al tempo stesso, diversi analisti sottolineano che quando un’egemonia percepisce la propria posizione come minacciata, il sistema internazionale può diventare più instabile e meno prevedibile. I quattro pilastri del potere strutturale statunitense (sicurezza, finanza, conoscenza e produzione) sono stati storicamente sostenuti dalla centralità del dollaro. Una progressiva erosione della fiducia nella valuta e la diffusione di sistemi di pagamento alternativi potrebbero indebolirne la coesione, aumentando la percezione di vulnerabilità dell’egemonia degli Stati Uniti (Ismail, 2026).

Infine, si potrebbe dire che il dollaro non è prossimo a essere sostituito, ma non è più incontestato. Se nel passato rappresentava una struttura percepita come neutrale e stabilizzatrice, oggi è sempre più intrecciato a rivalità e dinamiche di frammentazione geoeconomica, entrando in un terreno di competizione geopolitica.

Bibliografia:

Bertaut, C., von Beschwitz, B., & Curcuru, S. (2021). The international role of the U.S. dollar. Board of Governors of the Federal Reserve System.

Gloria, M. (2025). Dollaro e sistema monetario internazionale: Un’egemonia in bilico? Pandora Rivista.

Ismail, S. (2026, January 27). US dollar: Wounded hegemon’ or secure as most powerful currency on earth? Al Jazeera.

J.P. Morgan. (2025). De-dollarization: Is the US dollar losing its dominance?

J.P. Morgan. (2026). US tariffs: What’s the impact on global trade and the economy?

Lahiri, U. (2023). The future of dollar hegemony. Council on Foreign Relations.

Lahiri, U., & Eckman, E. (2025). What’s behind the U.S. dollar’s dominance and why it matters. Bipartisan Policy Center.

Milliken, D. (2025, December 3). US retreat from its allies could hurt dollar's status, BoE's Mann says. Reuters

Mühleisen, M., & Zeneli, V. (2025). A strategy for dollar dominance. Atlantic Council. Tagliamacco, D. (2025, May). La de-dollarizzazione e la fine dell’egemonia statunitense. CESEM 

Valetkevitch, C. (2025, April 10). US stocks, dollar drop on lingering tariff worries, a day after relief rally. Reuters.

Williamson, J. (2013). Chapter three: The dollar and US power. Adelphi Papers, 53(439), 75-86.

Carla Martinez-Burgos Ortiz, Geopolitical Analyst