Nel nuovo disordine mondiale, la relazione tra guerra, potere e istituzioni sembra essersi fatta opaca. Eppure, proprio oggi, alcune categorie classiche della strategia – da Clausewitz a Sun Tzu – tornano sorprendentemente utili per leggere ciò che accade tra Russia, Cina, Ucraina e un Occidente smarrito. Non si tratta di erudizione, ma di capire se siamo di fronte a una fase transitoria di turbolenza o a una trasformazione strutturale dell’ordine globale.
Il primo elemento riguarda l’asse Mosca–Pechino. Per gran parte dell’età contemporanea, la Russia poteva rivendicare una superiorità politica, culturale e militare nei confronti della Cina: era il partner forte nella relazione eurasiatica, l’interlocutore che portava industria pesante, tecnologia militare, modelli amministrativi e ideologici. Oggi il quadro è rovesciato. L’isolamento strategico della Russia dal mondo euro‑atlantico – accelerato dall’invasione dell’Ucraina – ha consegnato a Pechino un’inedita capacità di condizionamento. La dipendenza energetica, finanziaria e tecnologica che lega Mosca alla Cina è il sintomo di una fragilità strutturale, non un semplice aggiustamento tattico. Quando un paese riduce a un solo grande partner le proprie possibilità di manovra, abdica di fatto a una quota di sovranità: non è più la politica estera a determinare le alleanze, è la dipendenza a dettare la politica estera.
Qui emerge il concetto di “errore posizionale”: quelle decisioni che alterano irreversibilmente la traiettoria strategica di uno Stato. Pearl Harbor fu un errore posizionale per il Giappone imperiale, perché rese inevitabile il confronto con una potenza industriale immensamente superiore. L’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022 appartiene alla stessa categoria: un salto qualitativo rispetto a Crimea e Donbass, che ha sigillato la rottura con l’Occidente, cristallizzato le percezioni di minaccia nei paesi NATO e costretto la Russia in una posizione di crescente dipendenza dalla Cina. Sono scelte dalle quali non si torna indietro con un semplice negoziato o con un cambio di narrativa: cambiano la struttura del gioco, non solo la mano in corso.
In questo quadro, la nozione di “death ground” presa da Sun Tzu offre una chiave ulteriore. È la condizione nella quale non esiste una via di fuga onorevole: o si combatte o si perisce. Applicata ai leader contemporanei, significa che il costo personale del riconoscimento di un errore strategico diventa talmente alto – in termini di potere, sicurezza fisica, sopravvivenza del regime – da spingerli a raddoppiare la posta, anche quando il calcolo razionale suggerirebbe il contrario. Un leader che percepisce il proprio destino legato alla prosecuzione della guerra, più che all’esito positivo della stessa, tenderà a trascinare il conflitto nel tempo e nello spazio, trasformandolo in una trappola non solo per il suo paese ma per l’intero sistema internazionale. Ma la “terra della morte” non riguarda solo il Cremlino: l’Ucraina combatte una guerra esistenziale, nella quale la sconfitta non significherebbe semplicemente una revisione di confini, bensì – nelle intenzioni dichiarate e nelle pratiche del nemico – la negazione di una nazione, della sua lingua, della sua memoria.
Tutto questo rimanda direttamente a Clausewitz. La sua “meravigliosa trinità” – governo, popolo, forze armate – descrive un equilibrio sempre precario tra ragione, passioni e creatività. In ogni guerra, e in ogni ordine internazionale, si gioca continuamente la relazione tra questi tre vertici: un governo che perde il controllo delle emozioni collettive, un popolo che non riconosce più la legittimità delle élite, un apparato militare che si emancipa dalla direzione politica. La modernità ha aggiunto un quarto elemento, spesso sottovalutato: tecnologia ed economia, che possono potenziare o destabilizzare la trinità fino a destrutturarla. La corsa all’innovazione digitale, alla robotica, all’intelligenza artificiale applicata alla guerra rischia di spostare il baricentro del potere verso attori tecnico‑militari scarsamente sottoposti a controllo politico e democratico.
La distinzione tra obiettivi di guerra limitati e illimitati, sempre in Clausewitz, è altrettanto rivelatrice. Un obiettivo illimitato non è solo la vittoria militare, ma la trasformazione radicale del nemico: cambio di regime, smantellamento dello Stato, fino alle forme estreme di annientamento fisico e culturale. Gli obiettivi limitati, invece, mirano a modificare condizioni specifiche – territori, equilibri regionali, clausole economiche – senza distruggere la soggettività politica dell’avversario. Nel conflitto in corso, questa asimmetria è evidente: la Russia definisce l’Ucraina come entità priva di diritto all’esistenza autonoma, riducendola a “errore storico” da correggere; gli ucraini, invece, non rivendicano la cancellazione dello Stato russo, ma la difesa della propria indipendenza e la sicurezza delle proprie comunità. La natura degli obiettivi condiziona la possibilità stessa di una pace: tra chi mira alla sopravvivenza e chi mira alla negazione dell’altro, lo spazio del compromesso è minimo.
Se si sposta lo sguardo sul cosiddetto “ordine occidentale”, le contraddizioni si fanno ancora più acute. L’Occidente continua a rivendicare il linguaggio della democrazia, dei diritti umani, dello Stato di diritto, ma porta su di sé il peso di guerre percepite come arbitrarie, interventi incoerenti, doppi standard nel giudizio su alleati e avversari. Questo deficit di coerenza ha alimentato la diffidenza del “Global South”, che vede in Washington e nelle capitali europee più un cartello di potenze conservative dei propri interessi che un’architettura credibile di regole universali. Il punto, però, non è abbandonare le istituzioni nate nel secondo dopoguerra, ma comprenderne il carattere profondamente “negativo”: esse servono, innanzitutto, a impedire che accadano cose peggiori.
La funzione primaria di molti regimi internazionali, di organizzazioni multilaterali, di strumenti di cooperazione e di aiuto estero non è quella di produrre risultati spettacolari, ma di evitare crisi, guerre regionali, crolli economici, disastri ambientali. Gli obiettivi negativi – evitare, prevenire, contenere – sono per definizione ingrati: quando funzionano, non si vede nulla. Nessuno applaude per la guerra che non scoppia, per il collasso statale che non si verifica, per l’epidemia che non dilaga. Ecco perché la stagione del disincanto verso istituzioni e burocrazie, alimentata da decenni di retorica anti‑statale e anti‑multilaterale, è tanto pericolosa: smantellare i meccanismi di prevenzione perché “non producono abbastanza” significa esporsi a shock che, una volta innescati, hanno costi immensamente superiori ai risparmi ottenuti.
La fase storica che stiamo vivendo ha forti risonanze con gli anni Trenta del Novecento: mutamento tecnologico accelerato, ansia di declino delle classi medie mature, polarizzazione ideologica, emersione di leader disposti a correre rischi enormi in politica interna ed estera. Allora, come oggi, la combinazione di errori posizionali, interessi miopi e sottovalutazione dei margini di escalation rese possibile il passaggio da una crisi di sistema a una guerra globale. A ciò si aggiunge il logoramento delle democrazie mature, che in alcuni casi cominciano ad assomigliare più all’Atene imperiale del V secolo che ai modelli mitizzati del dopoguerra: alleanze gestite in modo coercitivo, conflitti periferici non strettamente necessari, paralisi e faziosità nella vita politica interna.
In questo contesto, la vera risorsa scarsa non è la potenza militare, ma la cultura strategica. Negli ultimi decenni, il pensiero sulla guerra e sull’ordine internazionale è stato spesso confinato in cerchie ristrette di specialisti, mentre opinioni pubbliche e classi dirigenti hanno coltivato l’illusione di un mondo “post‑storico”, nel quale le grandi tragedie del Novecento non potessero più ripetersi. Oggi paghiamo il prezzo di questa superficialità. Educazione strategica non significa militarismo, né culto della forza, ma comprensione profonda delle conseguenze di certe scelte, consapevolezza dei limiti dell’azione armata, capacità di distinguere tra obiettivi limitati e velleità illimitate, tra deterrenza e provocazione, tra prudenza e appeasement. Vale per gli Stati, ma anche per chi opera sui mercati.
Se davvero “qualcosa di grosso” sta accadendo all’ordine globale, la risposta non può essere una nostalgia impotente per il vecchio equilibrio né un’accettazione fatalistica del caos. Occorre, piuttosto, riapprendere il linguaggio della strategia, delle istituzioni, della responsabilità di lungo periodo. Significa tornare a leggere Clausewitz non come autore “oscuro”, ma come guida per interpretare la relazione tra politica e guerra; tornare a interrogare Sun Tzu non come manuale di massime motivazionali per middle managers, ma come analisi dei dilemmi della decisione in condizioni estreme. Solo una società che sa riconoscere gli errori posizionali, che rifiuta di mettersi volontariamente su un “binario morto” e che accetta il valore silenzioso degli obiettivi negativi può attraversare una fase di trasformazione senza precipitare nel baratro.
L'editoriale del Prof. Lorenzo Castellani, Tenure Track Researcher Assistant Professor LUISS Guido Carli