L'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Federazione Russa ha accelerato il conflitto ibrido che contrappone il Cremlino e gli stati membri dell’Alleanza Atlantica. Uno degli asset che la Russia ha utilizzato in questa contesa è il grano, trasformato in strumento di pressione. Il fenomeno della "weaponization" dei cereali ha generato ripercussioni profonde e durature sull'Italia e più in generale in tutta Europa.
Sebbene l'import da Russia e Ucraina coprisse quote minoritarie del fabbisogno nazionale, l'Italia ha subito un violento effetto domino sui mercati globali. L'invasione ha paralizzato i porti del Mar Nero, bloccando fisicamente circa 20 milioni di tonnellate di cereali destinati al mercato internazionale. Il danno sistemico è stato immediato, colpendo una regione che garantiva il 30% dell'export globale di grano; parallelamente, le restrizioni e le sanzioni sull'export russo di grani e, soprattutto, di fertilizzanti hanno agito da moltiplicatore della crisi. Questa contrazione sistemica dell'offerta ha alimentato una speculazione riflessasi istantaneamente sull'Italia, strutturalmente vulnerabile in quanto importatrice netta del 64% del frumento tenero e del 60% del duro. Nel marzo 2022, le quotazioni record oltre i 400 euro per tonnellata hanno così travolto la redditività delle PMI trasformatrici.
Tuttavia, è stata proprio la risposta logistica a questo blocco a generare un effetto boomerang sul mercato unico. Per aggirare la chiusura del Mar Nero, l'Europa ha aperto le frontiere terrestri al grano ucraino a dazio zero. A causa dei costi logistici elevati, gran parte di questa merce si è fermata nel continente invece di raggiungere i paesi terzi. Il risultato è stato uno shock di offerta "inverso": nel 2023, l’arrivo massiccio di grano ucraino in Italia (+283%) ha saturato i magazzini. Una parte delle imprese italiane si è così trovata con l'urgenza di gestire un mercato dove l’eccesso di offerta ha fatto crollare i prezzi, proprio mentre i costi operativi per la filiera italiana dei cereali restavano ai massimi storici.
Il caso studio ucraino dimostra che la sicurezza produttiva non dipende solo dal fornitore diretto, ma dalla stabilità dell'intera catena del valore. Il nostro tessuto produttivo, essendo prevalentemente trasformativo, dipende strutturalmente da input esterni: senza il controllo di materie prime e semilavorati, la nostra capacità di generare plusvalore si azzera. Le stesse logiche di vulnerabilità osservate nell'agrifood si applicano, con rischi maggiori, al settore delle materie prime critiche dove la sfida per le PMI è, tra le altre, la concentrazione geografica della raffinazione in paesi extra-UE. Un'interruzione nella fornitura di materie prime critiche, data l’unicità dei fornitori, ha un effetto immediato sulle linee produttive tecnologiche.
La Business Intelligence (BI) diventa fondamentale per le PMI. Occorre mappare la catena del valore in profondità, superando il livello del fornitore diretto (Tier-1). Un approccio oggi sancito anche dal Critical Raw Materials Act, che impone alle imprese oltre alla mappatura lo stress-testing delle filiere per prevenire interruzioni sistemiche anche dei livelli inferiori (Sub-Tier o Tier-2/3), dove operano i fornitori di materie prime grezze o semilavorati. Una BI evoluta deve integrare l'analisi OSINT (Open Source Intelligence) per monitorare segnali in tempo reale. Se una PMI italiana acquista componenti o materie prime da un fornitore tedesco (Tier-1), deve sapere se quest'ultimo dipende a sua volta da miniere in zone di conflitto o da fornitori di servizi digitali esposti a sanzioni. La visibilità "multi-tier" permette di identificare i cosiddetti Single Points of Failure (SPOF), nodi critici la cui interruzione paralizzerebbe l'intera produzione a valle.
La BI deve agire come sistema di early warning. Per una PMI, la sicurezza produttiva non si garantisce reagendo a un’interruzione già avvenuta, ma anticipandola attraverso una BI proattiva. Lo studio e la comprensione delle catene del valore divengono quindi una necessità operativa, e questo implica l'integrazione di strumenti di risk assessment dinamici e di scenario planning che permettano di simulare l'impatto di instabilità internazionali, normative o di minacce ibride sulla propria supply chain prima che si verifichino. Il monitoraggio tramite l'analisi di intelligence permette di attuare manovre di mitigazione del rischio. La prevenzione si deve tradurre in azioni concrete: dalla prequalificazione di fornitori alternativi in aree di friend-shoring, alla creazione di scorte strategiche basate su modelli predittivi. Solo attraverso una comprensione analitica delle minacce e delle dipendenze sarà possibile per le imprese italiane anticipare gli shock, diversificare gli approvvigionamenti e garantire la competitività del Sistema Paese.
Articolo di Dario Carmelo Rocca