Mentre l’attenzione europea resta concentrata sui fronti di crisi più visibili, una partita meno appariscente — ma potenzialmente decisiva — si gioca sugli altipiani andini.
Con l’avvicinarsi della fine del 2025, il sistema internazionale continua a mostrare un’elevata densità di tensioni: dal conflitto russo-ucraino alla crisi di Gaza, dalle instabilità africane alle possibili frizioni nel quadrante indo-pacifico. Tuttavia, accanto alle guerre “calde” e alle crisi ad alta intensità mediatica, si sviluppa una competizione meno evidente, priva di immagini di devastazione e di emergenze umanitarie immediate, ma capace di condizionare in modo strutturale la sicurezza economica, industriale ed energetica dell’Europa.
Questa competizione riguarda il controllo delle catene del valore delle materie prime critiche — in particolare il litio — e si concentra in un’area geograficamente distante dalle principali capitali europee, ma direttamente connessa agli obiettivi della transizione ecologica e digitale: il cosiddetto “Triangolo del Litio”, che include Cile, Argentina e Bolivia.
1) Il litio come asset strategico della transizione
Il ruolo del litio è oggi centrale per la produzione di batterie agli ioni di litio, elemento chiave per veicoli elettrici, accumulo energetico e larga parte dell’elettronica di consumo. In questa prospettiva, la disponibilità e la stabilità delle forniture non sono più soltanto una variabile industriale: diventano un fattore di resilienza strategica.
Secondo le stime più ricorrenti nelle principali ricognizioni internazionali, l’area del Triangolo del Litio concentra una quota significativa delle risorse globali identificate. La conseguenza pratica è chiara: eventuali restrizioni all’export, shock normativi, instabilità politica o conflitti distributivi locali inciderebbero direttamente sulla capacità europea di sostenere i propri obiettivi di decarbonizzazione e di competitività industriale.
A ciò si aggiunge una dinamica strutturale: la domanda globale di litio è attesa in forte crescita nel medio-lungo periodo, trainata dall’elettrificazione dei trasporti e dall’espansione dei sistemi di accumulo. In tale quadro, la competizione non riguarda soltanto l’accesso alla risorsa, ma il controllo dell’intera filiera.
2) L’asimmetria lungo la catena del valore: estrazione vs raffinazione
Il nodo strategico più rilevante non è esclusivamente la disponibilità del minerale in sé, bensì la capacità di trasformarlo in prodotti intermedi e finali: raffinazione, componentistica, materiali catodici/anodici e celle per batterie. Il vantaggio competitivo non si consolida soltanto nei siti estrattivi, ma soprattutto nelle fasi di lavorazione e industrializzazione, dove si concentra il valore aggiunto e la leva geopolitica.
In questa dimensione, la Cina ha costruito negli ultimi anni una posizione dominante lungo più segmenti della filiera: investimenti, acquisizioni, capacità industriale, integrazione verticale e controllo di competenze tecniche. Ciò determina un rischio di dipendenza “di sostituzione”: ridurre l’esposizione a un fornitore (ad esempio sul gas) senza costruire alternative solide può portare a una nuova vulnerabilità, questa volta su input indispensabili per la transizione energetica.
3) Investimenti, influenza e tempi decisionali
Un ulteriore elemento di asimmetria riguarda la velocità e la flessibilità degli strumenti d’intervento. Le strategie europee, per loro natura, incorporano condizionalità su sostenibilità, governance, diritti e trasparenza — principi coerenti con l’impianto valoriale e normativo dell’Unione, e funzionali a ridurre esternalità sociali e ambientali. Tuttavia, questa impostazione produce spesso cicli decisionali lunghi e complessi, che possono risultare meno attrattivi per governi e comunità locali che necessitano di investimenti, infrastrutture e occupazione in tempi rapidi.
In parallelo, altri attori riescono a proporre modelli di partnership percepiti come più immediati, basati su capitale disponibile, contratti più snelli e minori vincoli procedurali. In un contesto di competizione globale, la differenza tra “proposta sostenibile” e “proposta realizzabile” è un punto critico che l’Europa deve affrontare senza rinunciare ai propri standard, ma evitando di trasformarli in fattori di esclusione dal mercato.
4) Impatti ambientali e legittimità della transizione
La transizione energetica, per consolidarsi, deve essere non solo tecnicamente ed economicamente sostenibile, ma anche socialmente legittima. L’estrazione di litio nei salares andini pone questioni sensibili, in particolare sul consumo idrico e sull’equilibrio degli ecosistemi in aree già caratterizzate da stress ambientale. La disponibilità di acqua, la protezione delle falde, la tutela delle comunità indigene e la conservazione della biodiversità sono fattori che incidono direttamente sulla “licenza sociale a operare” e sul rischio reputazionale delle filiere.
Per l’Europa, il tema è doppiamente rilevante: da un lato per coerenza con il proprio impianto regolatorio e con gli obiettivi ESG; dall’altro perché eventuali contestazioni, blocchi o conflitti locali possono tradursi in interruzioni delle forniture e volatilità dei prezzi.
5) Tre modelli nazionali, un equilibrio instabile
All’interno del Triangolo del Litio, i tre Paesi hanno adottato traiettorie differenti:
Queste differenze rendono difficile una strategia coordinata e stabile, ma non eliminano il rischio — in prospettiva — di forme di concertazione sulle politiche di produzione ed export, soprattutto in un contesto di domanda crescente e di pressioni redistributive interne.
6) Il “secondo metallo” della transizione: il rame
La focalizzazione esclusiva sul litio rischia di oscurare un altro input essenziale: il rame, fondamentale per reti elettriche, rinnovabili, stazioni di ricarica e infrastrutture di trasmissione. In questo ambito, il Cile rappresenta un attore di primo livello globale. La lettura strategica è semplice: la transizione energetica si regge su una pluralità di filiere critiche; vulnerabilità multiple possono sommarsi, amplificando i rischi sistemici.
7) Implicazioni per l’Europa e linee di azione
Il quadro complessivo suggerisce che la sicurezza energetica europea non può essere ridotta alla sola diversificazione delle fonti: deve includere la sicurezza delle filiere. In questa prospettiva, alcune priorità appaiono difficilmente rinviabili:
Articolo di Lorenzo Bruno, Head of External Relations Delta